Ci sono storie che non raccontano soltanto la vita di una persona, ma diventano la radiografia di un sistema.
Questa vicenda si consuma mentre il mondo viene travolto dalla crisi economico-finanziaria del 2008, mentre esplode a livello internazionale lo scandalo della manipolazione dei tassi Euribor da parte dei colossi bancari, e mentre l’Italia scopre la precarietà sociale anche nei marchi più insospettabili, come dimostrato dallo storico primo sciopero dei lavoratori della sede italiana della Nike.
È in questo contesto di debolezza diffusa che si è consumato il dramma silenzioso dei suicidi per ragioni economiche: una strage di Stato di piccoli e medi imprenditori, stritolati tra debiti, cartelle esattoriali e l’ostilità del sistema creditizio.
In questa vicenda emergono anomalie così macroscopiche, evidenti e ripetute da non poter essere archiviate come semplici “errori giudiziari”. Ciascuna di esse meriterebbe, da sola, un’inchiesta giornalistica approfondita. Questo libro nasce per smontare un ingranaggio perfetto, progettato per annientare l’imprenditore prima ancora che possa difendersi, documentato capitolo dopo capitolo.
La morte civile per segnalazione: L’iscrizione a sofferenza nella Centrale Rischi della Banca d’Italia. Un atto unilaterale che azzera l’accesso al credito e decreta la morte cerebrale di un’azienda, spingendo spesso l’imprenditore disperato nelle braccia dell’usura.
Il fallimento “su commissione“: Una vecchia legge (fortunatamente abrogata) che permetteva a un singolo creditore di privilegiare, con l’istanza di fallimento, il proprio interesse a discapito di tutti gli altri, cannibalizzando il futuro di un’impresa sana.
Le “sbadataggini” della Procura: Magistrati che indagano per dissesto societario quantificano le rimanenze finali di merce del costo di oltre 300.000 euro in solo 32.000 euro e da questo deducono il dissesto societario. Una svista formidabile, utile soprattutto a servire su un piatto d’argento le ragioni della banca in sede civile o a spianare la strada a una vendita giudiziaria a prezzo infimo.
La svendita di Stato: L’Istituto Vendite Giudiziarie che riesce nell’impresa di liquidare un patrimonio aziendale di quasi 400.000 euro (tra merce e beni mobili) alla cifra ridicola di 1.500 euro. Un’altra incredibile distrazione.
La strategia del logoramento: Banche che avviano cause temerarie al solo scopo di prosciugare le risorse economiche della controparte. Procedimenti che la banca alla fine perde, ma le cui spese vengono regolarmente “compensate” dai giudici, permettendo all’istituto di credito di ottenere il suo scopo: il dissanguamento finanziario del cliente.
Il paradosso del reato fantasma: L’usura bancaria tecnicamente accertata e dimostrata dalle perizie, che tuttavia diventa impossibile da far valere nelle aule di giustizia a causa di sbarramenti procedurali e interpretazioni di comodo.
La stampa addomesticata: giornali e organi di informazione locali che, troppo spesso legati da rapporti economici, pubblicitari o relazionali ai principali centri di potere del territorio, rinunciano al proprio ruolo di controllo e finiscono per raccontare soltanto una parte della storia
I beni in ostaggio: Giudici che vincolano la cancellazione delle ipoteche e la liberazione dei beni personali dei soci fino al passaggio in giudicato del processo, congelando di fatto la vita e la ripartenza di una persona per anni o decenni.
Gli avvoltoi della crisi: un mondo di consulenti, studi legali e associazioni che ruota attorno alle difficoltà degli imprenditori, dove non sempre chi promette tutela agisce realmente nell’interesse di chi chiede aiuto e dove, come vedremo, qualcuno arriverà persino a sparire lasciando dietro di sé soltanto debiti e promesse infrante
Il colpo di spugna della Corte d’Appello: Sentenze, come quella della Corte d’Appello di Ancona, capaci di cancellare con un tratto di penna decine di conclusioni, prove, testimonianze e consulenze tecniche cristallizzate in primo grado, pur di non dar torto al colosso bancario di turno.
La resa forzata: La paradossale necessità, per la vittima, di dover comunque cercare un accordo transattivo al ribasso, persino quando si ha la matematica certezza di avere pienamente ragione.

Lungo questo tortuoso cammino, la storia personale incrocia figure di rilievo pubblico, dal Procuratore della Repubblica Domenico Seccia e il consulente d’ufficio Massimiliano Soave, alle interlocuzioni con figure storiche della politica italiana come l’ex ministro Publio Fiori. La vicenda si spinge fino alle sponde delle più grandi inchieste del Paese con l’incontro del Capitano Pasquale Zaccheo, storico collaboratore del giudice Luigi De Magistris nella celebre e discussa inchiesta “Why Not”.
Davanti al muro di gomma delle istituzioni e al rischio reale di finire inghiottiti dalla disperazione, è nata una reazione di sopravvivenza e di civiltà. Quella che era la scommessa intima di un uomo è diventata prima un hashtag virale, #iononmiuccido, e poi una realtà organizzata e solidale: la nascita del Comitato Io Non Mi Uccido, un faro per tutti quegli imprenditori che si rifiutano di diventare vittime sacrificali della finanza.
“Io Non Mi Uccido” non è un grido di rassegnazione. È un atto di denuncia e di riscatto collettivo. Perché dietro ogni anomalia burocratica o giudiziaria si nasconde la carne viva di chi lavora. E su queste anomalie, oggi, attraverso le pagine di questo libro e i filoni di questo sito, è tempo di accendere i riflettori della verità.


