Una vicenda che racconta come una controversia giudiziaria possa trasformarsi in una sequenza di procedimenti, ricorsi e spese legali capaci di consumare risorse economiche, energie psicologiche e serenità familiare. Quando il processo smette di essere uno strumento di tutela e diventa esso stesso parte del problema.
I 750.000 euro riconosciuti dal Tribunale
(Questo articolo riprende o approfondisce temi trattati nel libro “Io Non Mi Uccido“)
Dopo anni di attesa, il Tribunale aveva riconosciuto ai soci un risarcimento complessivo di 750.000 euro.
Per la prima volta si intravedeva una prospettiva concreta.
Quella decisione mi consentiva almeno di prendere tempo con le banche che pretendevano la restituzione dei finanziamenti e, allo stesso tempo, di ottenere piccoli prestiti da amici e parenti per affrontare le spese quotidiane.
Non si trattava ancora della fine della vicenda.
Ma finalmente esisteva un punto fermo.
Il reclamo contro il rigetto dell’inibitoria
La Cassa di Risparmio di Fermo, tuttavia, non sembrava intenzionata a fermarsi.
Dopo il rigetto dell’istanza di inibitoria da parte della Corte d’Appello, promosse un ulteriore procedimento impugnando quella decisione.
A nostro avviso si trattava di un’iniziativa priva di reali prospettive.
Ciò nonostante richiedeva comunque una difesa.
Richiedeva nuovi atti.
Richiedeva nuove udienze.
E soprattutto richiedeva nuove spese legali.
L’«avvocato diecimila euro»
Gli avvocati incaricati accettarono di seguire anche questa nuova fase.
Pochi giorni dopo arrivò però una nuova parcella.
Importo:
quasi 10.000 euro.
Fu così che, con una punta di amara ironia, iniziammo a chiamare l’avvocato:
“l’avvocato diecimila euro”.
Ogni nuova iniziativa giudiziaria della banca sembrava infatti tradursi, per noi, in una nuova richiesta di quella entità.
Una cifra enorme per chi aveva perso il lavoro, la liquidità e gran parte delle proprie sicurezze economiche.
Una vittoria che non produceva effetti immediati
Il reclamo venne rigettato.
Anche in questo caso.
La sorpresa arrivò però sulla questione delle spese.
La Corte rinviò infatti la loro liquidazione alla conclusione del giudizio di appello.
Una decisione che rinviava ancora una volta il momento in cui avremmo potuto recuperare almeno una parte dei costi sostenuti.
La sensazione era sempre la stessa.
Vincere non significava necessariamente ottenere un risultato concreto in tempi ragionevoli.
Il ricorso per sequestro
La vicenda assunse contorni ancora più complessi nell’estate del 2019.
L’8 agosto arrivò la notifica di una nuova iniziativa della banca.
Si trattava di:
“ricorso per sequestro ex art. 687, 699 bis e seguenti c.p.c.”
Nel ricorso venivano elencati diversi assegni circolari intestati ai soci della Sport & Street e si chiedeva al giudice di disporne il sequestro.
La richiesta formulata dalla banca prevedeva che il giudice:
“voglia altresì statuire, se ritenuto ammissibile ed opportuno, che l’esecuzione del suddetto sequestro avvenga nelle forme del deposito presso la medesima Carifermo. Con Provvedimento autorizzativo emesso inaudita altera parte, assunte, ove occorrano, sommarie informazioni; ovvero, in subordine, previa fissazione di udienza per la comparizione delle parti”.
L’ennesimo procedimento.
L’ennesima notifica.
L’ennesima fonte di preoccupazione.
Lo stalking giudiziario
Con il passare del tempo queste continue iniziative producevano effetti che andavano ben oltre gli aspetti economici.
Ogni nuova comunicazione generava ansia.
Ogni nuova notifica riportava alla mente anni di battaglie.
Anche i nostri figli percepivano inevitabilmente il clima che si era creato in famiglia.
La tensione.
Le preoccupazioni.
L’incertezza.
Per questo iniziammo a definire quella situazione come una forma di:
stalking giudiziario.
Una sequenza continua di azioni processuali che finivano per incidere sulla vita quotidiana molto prima ancora che sugli esiti delle cause.
Ancora diecimila euro
Anche per questo nuovo procedimento arrivò la consueta richiesta di compensi professionali.
Ancora una volta l’importo sfiorava i 10.000 euro.
Provvedemmo a versarne una parte.
Un bonifico di:
3.195 euro.
Un ulteriore sacrificio economico che si aggiungeva a tutti quelli già sostenuti negli anni precedenti.
Il Tribunale si dichiara incompetente
Alla fine il Tribunale di Fermo si dichiarò incompetente. Ma con compensazione delle spese, che quindi restavano in parte a nostro carico.
L’iniziativa promossa dalla banca non produsse il risultato richiesto.
Ma il punto, ormai, sembrava essere diventato un altro.
Ogni nuovo procedimento comportava:
- nuovi costi;
- nuove preoccupazioni;
- nuovi tempi di attesa;
- nuove energie sottratte alla vita quotidiana.
E iniziavo a chiedermi se l’obiettivo fosse davvero ottenere una decisione favorevole oppure rendere economicamente e psicologicamente insostenibile la resistenza della controparte.
Una domanda che avrebbe continuato ad accompagnarmi ancora a lungo.

