Una vicenda che intreccia banche, trasparenza, diritto all’informazione e libertà di stampa. Quando un imprenditore decide di raccontare pubblicamente ciò che sta accadendo, scopre che tra la notizia e la sua pubblicazione esiste spesso una distanza molto più grande di quanto si immagini.
Quando non sai più a chi rivolgerti
(Tratto dal libro “Io Non Mi Uccido”)
Non sapevo più cosa fare.
Di fronte a quello che ritenevamo un comportamento assurdo da parte della banca, scrissi di getto un comunicato stampa.
Si apriva con queste parole:
“In Italia si uccide un imprenditore ogni 5 giorni e molti di più chiudono i battenti nel più totale silenzio generale. Dietro ad ognuna di queste tragedie c’è una storia di ordinaria follia. Le motivazioni scatenanti però si ripetono: per alcuni è il pizzo, per altri l’usura, per altri ancora una tassazione assurda. Nel nostro caso è stata una banca”.
Alla nota allegammo una dettagliata descrizione dei fatti e tutta la documentazione in nostro possesso.
Lo stesso materiale fu inviato anche alle redazioni di Report e delle Iene.
La reazione dei giornali e delle testate locali
Le testate online locali riportarono la notizia omettendo il nome della banca, mentre i giornali cartacei declinarono la pubblicazione. Un giornalista si scusò affermando che occorreva attendere almeno una sentenza di primo grado, mentre un altro, locale mi fece capire che la notizia non era gradita.
La stampa locale, che riportava spesso comunicati stampa per questioni anche più leggere, aveva in questo caso “paura” di far uscire la notizia.
Un dubbio sul livello di indipendenza dell’informazione locale e sui possibili condizionamenti ai quali possono essere esposti i giornalisti nasce da una serie di circostanze che meritano di essere evidenziate.
Ad esempio la giornalista del Resto del Carlino Angelica Malvatani che non fece uscire la notizia, all’epoca dei fatti, era iscritta al Rotary Club di Fermo. Dagli annali del 2012 emerge infatti una sua carica come Prefetto del Distretto 2090. Nello stesso periodo il ruolo di vicepresidente era ricoperto dall’Avv. Fabrizio Emiliani, il professionista che negli anni successivi avrebbe difeso le ragioni della Cassa di Risparmio nelle vicende giudiziarie raccontate in questo libro.

Un’altra circostanza riguarda il responsabile dell’ufficio rischi della banca, protagonista delle iniziative assunte nei confronti della Sport & Street, anch’egli apparteneva al medesimo “Club”.
Nel 2026, in concomitanza con la candidatura a sindaco della giornalista per il centrosinistra, la giornalista Sandra Amurri pubblicava un’inchiesta che evidenziava alcune frequentazioni familiari ritenute controverse, in particolare riferite al marito della candidata, sospeso dall’Ordine degli Avvocati per fatti di particolare gravità e indicato come iscritto alla loggia massonica ‘Zadik n. 281’ della Gran Loggia Regolare d’Italia.”
Naturalmente nessuno di questi elementi costituisce di per sé una prova di condizionamento dell’attività giornalistica. Tuttavia essi aiutano a comprendere come, in realtà locali caratterizzate da relazioni personali, professionali e associative particolarmente fitte, un singolo cittadino possa trovarsi nella condizione di subire una sorta di isolamento mediatico.
L’hashtag #iononmiuccido e la diffusione sui social
A consentire una diffusione più ampia fu l’hashtag:
#iononmiuccido
L’iniziativa trovò spazio sui social network e iniziò a circolare attraverso condivisioni spontanee e fotografie pubblicate online.
Fu una delle prime occasioni in cui compresi quanto la rete potesse aggirare alcuni tradizionali filtri dell’informazione.

La replica della banca
La banca reagì rapidamente.
Contattò le poche testate online che avevano riportato la notizia e fece pubblicare la propria versione dei fatti, prospettando possibili:
“azioni a tutela della propria immagine”.
La linea difensiva venne sintetizzata in una frase:
“La banca ha più volte invitato l’azienda a fornire la prova contabile dell’avvenuta ricostituzione del capitale sociale”.
Secondo la banca, il problema non era rappresentato dall’ammontare del debito o dalla situazione finanziaria complessiva, ma dalla mancanza di documentazione idonea a dimostrare la ricostituzione del capitale sociale.

Le richieste di documentazione che non si trovano
Il problema era che di queste presunte richieste ripetute non sembrava esistere alcuna traccia documentale.
Non risultavano:
- raccomandate;
- PEC;
- e-mail;
- comunicazioni scritte.
Nel processo di primo grado non venne prodotto alcun documento che attestasse tali richieste.
Non fu possibile chiarire:
- quando sarebbero state formulate;
- da chi;
- con quali modalità;
- a quale soggetto fossero state rivolte.
Non fu nemmeno possibile comprendere perché tali richieste non fossero state indicate direttamente nella lettera di revoca degli affidamenti, dove invece compariva una motivazione completamente diversa.
La testimonianza del direttore della filiale
Particolarmente significativa fu la deposizione del direttore della filiale, Riccardo Pagnanelli.
Il 16 giugno 2017 dichiarò:
“non ricordo con quali modalità chiedemmo a Sport & Street la documentazione del movimento finanziario, certamente la chiedemmo a voce e non ricordo quando fu avanzata … Non saprei se la banca avesse richiesto espressamente ed in forma scritta la prova del movimento finanziario”.
Una dichiarazione che lasciava aperti numerosi interrogativi sulle modalità con cui sarebbe stata avanzata tale richiesta.
Trasparenza bancaria e forma scritta
La questione non riguardava soltanto un aspetto procedurale.
La forma scritta rappresenta infatti uno dei pilastri del principio di trasparenza bancaria.
Serve a consentire al cliente di comprendere:
- quali contestazioni gli vengono mosse;
- quali documenti sono richiesti;
- entro quali termini deve intervenire;
- quali conseguenze potrebbero derivarne.
La stessa Banca d’Italia richiama la necessità di garantire trasparenza:
“in ogni fase del rapporto”.
Nelle disposizioni del 9 febbraio 2011 sulla Trasparenza delle operazioni e dei servizi bancari e finanziari, viene infatti ribadita l’importanza delle comunicazioni in forma elettronica o cartacea proprio per garantire certezza e verificabilità dei rapporti tra banca e cliente.
Il diritto del cliente a un’informazione corretta
L’intero sistema della trasparenza bancaria si fonda su un principio molto semplice.
Come ricordato anche dall’Arbitro Bancario Finanziario:
“Solo il cliente debitamente informato può fare scelte consapevoli”.
L’informazione serve infatti a rendere comprensibile ciò che la banca richiede e consente al cliente di adottare comportamenti adeguati.
La trasparenza non è quindi un concetto astratto.
È il diritto ad avere:
- informazioni complete;
- informazioni corrette;
- informazioni veritiere.
Un principio che trova riconoscimento anche nella giurisprudenza della Corte di Cassazione richiamata nel corso del procedimento.
Dalla revoca alla segnalazione a sofferenza
Nel frattempo la situazione precipitò.
Dopo appena dieci giorni dalla comunicazione in cui veniva menzionata per la prima volta la presunta necessità di ulteriori documenti, la banca provvide alla segnalazione a sofferenza presso la Centrale Rischi della Banca d’Italia.
Con tutte le conseguenze che una simile segnalazione comporta per un’impresa.
La sensazione era che a un errore iniziale si fosse aggiunto qualcosa di ancora più grave.
La banca aveva cioè aggiunto:
“ad un errore (revoca per mancata copertura delle perdite) un orrore (segnalazione a sofferenza)”.
La solidarietà che resta
Come spesso accade, l’indignazione pubblica durò pochi giorni.
I commenti diminuirono.
Le condivisioni cessarono.
La vicenda scomparve rapidamente dall’attenzione generale.
Mi piace però ricordare il gesto di un vero amico, Luigi Sacchi.
Quando venne a conoscenza della situazione si recò personalmente presso una filiale della Cassa di Risparmio di Fermo e chiuse il proprio conto corrente, manifestando apertamente il proprio dissenso per il trattamento riservato alla Sport & Street.
Sono gesti rari.
Gesti che possono avere un peso reale.
Molto più della solidarietà espressa soltanto attraverso un “like” o un commento sui social.
Di quella solidarietà virtuale, infatti, spesso non rimane nemmeno il ricordo
