Inchieste Giornalistiche

Un osservatorio indipendente che indaga temi complessi e poteri nascosti per promuovere consapevolezza e riflessione critica

Una vicenda che riguarda le vendite giudiziarie, le procedure fallimentari e il destino dei beni aziendali. Quando un patrimonio costruito in anni di lavoro viene messo all’asta, la domanda diventa inevitabile: chi trae realmente vantaggio da certe operazioni?

Pensavamo di aver visto tutto

(Questo articolo riprende o approfondisce temi trattati nel libro “Io Non Mi Uccido“)

Pensavamo di averle viste tutte.

E invece dovevamo ancora una volta ricrederci.

Scorrevo distrattamente il telefono quando una fotografia attirò la mia attenzione.

Ritraeva una tavola da surf per bambini con un grande logo della Juventus.

La riconobbi immediatamente.

Era uno degli articoli che avevamo venduto nei nostri negozi.

Aprii l’annuncio.

Lessi con attenzione.

“Lotto 28 – ingente quantitativo sportivo e casual. Tribunale di Fermo procedura concorsuale/fallimentare 26/2015. Data vendita 18/07/2019 ore 09:30”.

Non c’erano più dubbi.

L’Istituto Vendite Giudiziarie delle Marche stava pubblicizzando l’asta dei beni appartenuti alla Sport & Street.

La cifra che lascia senza parole

Continuando a leggere rimasi colpito da una dicitura in particolare:

“Stima ufficiale giudiziario euro 35.000 – Prezzo base d’asta euro 1.500”.

Mi fermai.

Rilessi più volte quelle parole.

Possibile che oltre 15.000 capi di abbigliamento e accessori, insieme agli arredi e alle attrezzature aziendali, venissero messi in vendita per una cifra simile?

Come poteva accadere?

Secondo le nostre valutazioni, il solo valore della merce era superiore a 300.000 euro.

A questo andavano aggiunti:

  • arredamenti;
  • attrezzature;
  • espositori;
  • beni strumentali.

Un patrimonio costruito in anni di lavoro.

La visita ai magazzini dell’Istituto Vendite Giudiziarie

L’avviso indicava la possibilità di visionare il lotto.

Decidemmo quindi di recarci presso i magazzini dell’Istituto Vendite Giudiziarie situati nella zona industriale di Monsano, in provincia di Ancona.

Entrammo senza particolari formalità.

Dopo aver attraversato gli spazi destinati alle auto in vendita individuammo un addetto.

Quando spiegammo che eravamo interessati al lotto 28 sembrò sorpreso.

Dopo una breve attesa ci accompagnò in un capannone.

Davanti ai nostri occhi comparvero gli stessi scatoloni che avevamo utilizzato nei negozi.

Scatoloni pieni di merce.

Scatoloni che raccontavano anni della nostra vita.

«C’è tutto»

L’addetto ci osservava con curiosità.

A un certo punto gli spiegammo che, in base all’inventario fallimentare, nel magazzino avrebbero dovuto essere presenti circa 15.000 pezzi.

La sua risposta fu immediata:

“Sì, c’è tutto tranne qualche pezzo che i topi si sono mangiati nel tempo”.

Quella frase ci colpì.

Per anni avevamo gestito quella merce.

Ora era accatastata in un capannone in attesa di essere venduta.

Il tentativo di scoraggiarci

L’addetto cercò poi di evidenziare le difficoltà logistiche.

Disse:

“Ma poi come la portate via tutta questa roba? Ci vogliono almeno due bilici”.

Rispondemmo che disponevamo di mezzi adeguati.

Sembrò quasi deluso.

Mentre continuavamo a esaminare la merce, lo vedemmo allontanarsi per telefonare.

Riuscii a cogliere soltanto poche parole.

Tra queste:

“Ci sono dei signori interessati al lotto 28”.

Una frase che mi è rimasta impressa.

Un affare straordinario

Avevamo pochi giorni per decidere se partecipare.

Dal punto di vista economico l’operazione appariva estremamente conveniente.

A 1.500 euro il costo medio era di circa dieci centesimi per articolo.

Anche ipotizzando una rivendita a soli cinque euro al pezzo, il valore potenziale superava ampiamente i settantamila euro.

Senza considerare:

  • gli arredi;
  • le attrezzature;
  • gli altri beni presenti nel lotto.

Sembrava un affare straordinario.

Perché non partecipammo

Nonostante ciò decidemmo di non partecipare.

Eravamo i principali creditori della procedura fallimentare.

Temevamo che qualsiasi iniziativa potesse essere interpretata in modo strumentale.

Temevamo contestazioni.

Temevamo ulteriori problemi.

Così rinunciammo.

Una decisione sofferta.

Ma che in quel momento ci sembrò la più prudente.

Chi ha tratto vantaggio?

Ancora oggi non conosciamo tutti i dettagli della procedura.

Sappiamo però che una vendita effettuata a quelle condizioni difficilmente avrebbe prodotto un beneficio significativo per i creditori.

La domanda che continuo a pormi è semplice.

Non sarebbe stato più conveniente tentare la prosecuzione dell’attività?

Esistevano:

  • beni aziendali per centinaia di migliaia di euro;
  • azioni giudiziarie già avviate;
  • richieste risarcitorie pendenti;
  • contenziosi relativi a usura, anatocismo e segnalazioni bancarie.

Quale scelta avrebbe garantito il miglior risultato per i creditori?

Una domanda ancora aperta

Di certo non hanno tratto vantaggio i soci.

Si sono ritrovati senza azienda.

Senza lavoro.

E senza i 405.000 euro che avevano appena investito nella ricapitalizzazione.

Di certo non ne hanno tratto vantaggio i creditori.

E allora la domanda resta.

Chi ha beneficiato realmente di quella vendita?

Chi ha acquistato un’intera azienda per 1.500 euro?

Oppure le banche che hanno visto decadere le azioni giudiziarie intentate nei loro confronti?

È una domanda che, ancora oggi, continua ad accompagnarmi.