Inchieste Giornalistiche

Un osservatorio indipendente che indaga temi complessi e poteri nascosti per promuovere consapevolezza e riflessione critica

Una vicenda che intreccia fallimento, processo penale e giustizia. Quando si pensa che le istituzioni stiano indagando su chi ha provocato un danno, può accadere di scoprire che sotto accusa è finito qualcun altro. Un capitolo che racconta una delle pagine più sorprendenti dell’intera storia.

Una scoperta inattesa

(Questo articolo riprende o approfondisce temi trattati nel libro “Io Non Mi Uccido“)

Nella nostra ingenuità pensavamo che il Tribunale di Fermo stesse approfondendo le condotte della Cassa di Risparmio di Fermo che, a nostro avviso, avevano contribuito in modo determinante alle difficoltà della Sport & Street.

Per caso scoprii invece una realtà completamente diversa.

Il Procuratore della Repubblica, Domenico Seccia, aveva promosso un procedimento penale nei confronti dell’amministratore della società.

L’accusa era particolarmente grave:

“perché nella qualità di amministratore unico dal 24/12/2014 sino alla data di fallimento della società Sport & Street srl, in tempi diversi e in esecuzione del medesimo disegno criminoso, distraeva e dissipava beni e risorse dalla società poi fallita, in stato di insolvenza, in particolare vendendo merci aziendali a prezzi inferiori ai costi di acquisto e di produzione, generando deliberatamente il dissesto di impresa, con dispersione di patrimonio pari all’importo di € 460.940 corrispondente, in sostanza, al margine di contribuzione negativo al 06/11/2015 epoca della dichiarazione di fallimento. Con danno di particolare rilevanza e gravità economica”.

Fu uno shock.

Il processo che nessuno ci aveva raccontato

Nessuno ci aveva convocato.

Nessuno ci aveva ascoltato.

Nessuno ci aveva informato dell’esistenza di quel procedimento.

Frequentavo spesso il Tribunale di Fermo per seguire il processo civile promosso nei confronti della banca.

Una causa che avrebbe prodotto oltre cinquanta atti processuali nell’arco di quattro anni.

Fu proprio durante una delle attese per un’udienza civile che entrai casualmente nell’aula dei procedimenti penali.

Sentii pronunciare il nome della Sport & Street.

Mi fermai.

E iniziai ad ascoltare.

L’imputato assente

L’amministratore della società veniva giudicato in contumacia.

L’avvocato d’ufficio pronunciava poche parole.

Ascoltavo i capi d’accusa.

Ero convinto che molte delle ricostruzioni prospettate fossero facilmente contestabili attraverso documenti, dati contabili e semplice buon senso.

Mi colpiva soprattutto il fatto che nessuno sembrasse volerle discutere.

Gli occhi mi si riempirono di lacrime.

Non solo per la situazione processuale dell’amministratore.

Ma perché iniziai a percepire una distanza enorme tra ciò che avevo vissuto personalmente e ciò che veniva rappresentato in quell’aula.

La telefonata al nuovo amministratore

Uscito dal tribunale chiamai immediatamente il nuovo amministratore della società.

La sua risposta fu semplice.

Non aveva le risorse economiche per nominare un difensore di fiducia.

Inoltre sosteneva di non avere accesso alla documentazione necessaria per predisporre una difesa adeguata, poiché la contabilità della società si trovava nella disponibilità della procedura fallimentare.

La situazione appariva surreale.

Il timore per il processo civile

Più approfondivo la vicenda, più cresceva una preoccupazione.

Una eventuale condanna per bancarotta avrebbe potuto produrre conseguenze anche sul procedimento civile che avevamo promosso contro la banca.

Cominciai a domandarmi se quella vicenda penale potesse influire indirettamente anche sulle altre cause in corso.

Era una preoccupazione che non riuscivo a ignorare.

La consulenza tecnica della Procura

L’impianto accusatorio si fondava in larga parte su una consulenza tecnica affidata al commercialista Massimiliano Soave.

Approfondendo la questione mi imbattei anche in alcuni articoli giornalistici dell’epoca che citavano il nome del Procuratore Seccia e dello stesso Soave nell’ambito di vicende giudiziarie completamente estranee alla nostra storia.

Successivamente Seccia e Soave vennero assolti da quelle accuse.

Ciò che attirò la mia attenzione non erano tanto quelle vicende, quanto il fatto che entrambi si fossero occupati, seppure con ruoli diversi, del caso Sport & Street.

Una domanda che continuavo a pormi

Continuavo a chiedermi:

perché affidare l’incarico a un professionista di Bari quando sul territorio esistevano numerosi consulenti tecnici potenzialmente idonei?

Era una domanda che non riuscivo a togliermi dalla testa.

Come non riuscivo a ignorare alcune coincidenze e circostanze che, nel tempo, avevano alimentato ulteriori interrogativi.

Domande alle quali non riuscivo a dare una risposta definitiva.

La controperizia

Decisi allora di fare l’unica cosa che ritenevo utile.

Preparai una dettagliata controperizia.

La trasmisi all’avvocato d’ufficio.

Tra le osservazioni principali vi era la contestazione del presunto margine di contribuzione negativo di 460.940 euro utilizzato per sostenere l’accusa di dissesto.

La mia analisi evidenziava che la consulenza prendeva in considerazione valori non omogenei nella valutazione delle rimanenze di magazzino.

In particolare osservavo che:

“non essendo state contabilizzate le rimanenze finali”

lo stesso CTU aveva segnalato questa criticità metodologica nel calcolo.

Senza una contabilizzazione delle rimanenze finali qualsiasi attività si trova in una condizione di dissesto.

L’errore di calcolo

Il calcolo del margine di contribuzione era evidentemente errato in quanto inseriva il valore delle rimanenze finali non già a prezzo di costo, come quelle iniziali, ma al prezzo con cui l’ IGV pensava di poter vendere la merce in giacenza. Cioè si valorizzano le merci iniziali al prezzo di costo medio pari a 20,70 euro al pezzo e le merci finali al prezzo di stima pari a 2,6 euro al pezzo (2,34 se si considerano anche i pezzi non quantificati). Non si comprende perché il 100% delle merce debba valere 674.429 euro il 1/1/2015 e circa il 50% della stessa merce il 30 giugno debba valere solo 32.940. Considerando che Sport & Street aveva in magazzino, al momento del subentro del curatore fallimentare 12.657 (circa 15.000 considerando anche i pezzi non quantificati) e considerando che il prezzo medio di costo era di 20,70 euro il valore da riportare come rimanenze finali era di circa 300.000 euro e non già quello indicato di 33.069 euro.

SCARICA INVENTARIO DEL CURATORE

Valutando le merci finali al 10% del loro costo qualsiasi azienda avrebbe questo margine negativo di contribuzione !!! Altro che dissesto!

Una leggerezza pensavo fosse preordinata a spianare la strada alla banca in sede civile oppure a preparare la vendita giudiziaria ad un prezzo infimo.

Le accuse sugli assegni

Anche altre contestazioni apparivano difficili da comprendere.

Tra queste quella relativa all’emissione di assegni privi di copertura.

A mio avviso la società, dopo la segnalazione a sofferenza e il blocco dell’operatività bancaria, non aveva più svolto la normale attività commerciale né effettuato nuovi acquisti, come facilmente appurabile.

Circostanze che rendevano necessario un esame particolarmente attento dei fatti.

L’esito del processo

Alla fine del procedimento arrivò un risultato importante.

L’amministratore venne assolto da gran parte delle contestazioni mosse nei suoi confronti.

Rimase soltanto l’accusa relativa ad alcuni pagamenti preferenziali effettuati nei confronti di determinati fornitori ma …. qualcosa si doveva pur trovare !!!

Una contestazione che sarebbe stata successivamente affrontata nei successivi gradi di giudizio.

Ma quella è un’altra parte della storia.