Inchieste Giornalistiche

Un osservatorio indipendente che indaga temi complessi e poteri nascosti per promuovere consapevolezza e riflessione critica

Una storia di fallimento, ipoteche, processi interrotti e conseguenze impreviste. Quando una crisi economica sembra aver già tolto tutto, può accadere che il sistema riesca ancora a peggiorare una situazione che appariva già insostenibile.

La provvisoria esecutività del decreto

(Questo articolo riprende o approfondisce temi trattati nel libro “Io Non Mi Uccido“)

Con quasi un anno di ritardo, il GOT sciolse la riserva concedendo alla banca la provvisoria esecutività del decreto ingiuntivo.

Una decisione che, inevitabilmente, risultò influenzata dalla dichiarazione di fallimento intervenuta nel frattempo.

Sulla base di quel provvedimento la banca iscrisse ipoteca su tutti i nostri beni immobili.

In particolare sulle abitazioni di residenza.

Da quel momento:

  • non potevamo accedere al credito;
  • non potevamo disporre liberamente dei nostri beni;
  • non avevamo più un lavoro.

Per sopravvivere non restava che chiedere aiuto ai familiari.

Quando il dolore supera il limite

Ogni persona possiede un limite di sopportazione.

Superata quella soglia il cervello smette di essere lucido.

Va in confusione.

La paura e l’angoscia diventano compagne permanenti.

La preghiera rappresentava uno dei pochi strumenti capaci di restituire un minimo di serenità.

In quei giorni trovavo conforto nelle parole del Salmo 68:

“Salvami, o Dio: l’acqua mi giunge alla gola. Affondo in un abisso di fango, non ho nessun sostegno; sono caduto in acque profonde e la corrente mi travolge. Sono sfinito dal gridare, la mia gola è riarsa; i miei occhi si consumano nell’attesa del mio Dio. Sono più numerosi dei capelli del mio capo quelli che mi odiano senza ragione. Sono potenti quelli che mi vogliono distruggere, i miei nemici bugiardi: quanto non ho rubato, dovrei forse restituirlo?”

Parole che descrivevano perfettamente il nostro stato d’animo.

La scomparsa della Omnia Service

Come spesso accade, quando si pensa di aver raggiunto il punto più basso, la realtà riesce ancora a sorprendere.

Una mattina mi recai presso la Omnia Service per avere aggiornamenti sulle cause in corso.

La scena che trovai fu surreale.

Le stanze erano chiuse.

L’atmosfera era irreale.

L’avvocato Filippo Ciconte e sua moglie erano in lacrime.

Mi spiegarono che Angelo Verini era irreperibile.

Era letteralmente scomparso.

Secondo quanto riferito, era:

“scappato con la cassa”

lasciando collaboratori e clienti in una situazione drammatica.

La mia prima reazione fu immediata.

Proposi di rivolgersi ai Carabinieri.

Mi rassicurarono sostenendo che i procedimenti giudiziari sarebbero comunque proseguiti.

Omisero però un dettaglio fondamentale.

Pagare due volte la stessa difesa

Le somme già versate alla Omnia Service non sarebbero state riconosciute.

Le attività legali avrebbero richiesto nuovi pagamenti.

L’avvocato Ciconte presentò infatti una:

“Richiesta di parere congruità delle parcelle”

presso il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Fermo.

Un passaggio che rappresentava il naturale preludio a un nuovo decreto ingiuntivo.

Alla fine raggiungemmo un accordo.

Costo dell’operazione:

9.500 euro.

Una cifra che andava ad aggiungersi a tutte le altre spese già sostenute.

Le cause che nessuno volle proseguire

La sorpresa più grande arrivò però dal fallimento.

Il curatore non riassunse nessuna delle azioni giudiziarie già promosse dalla società.

Non furono proseguite:

  • le cause per usura bancaria;
  • le azioni per anatocismo;
  • l’opposizione al decreto ingiuntivo;
  • la richiesta di risarcimento danni nei confronti della Cassa di Risparmio di Fermo.

Eppure tutti gli oneri professionali erano già stati sostenuti dalla società.

Il risultato fu semplice.

I processi si interruppero.

Una relazione che cancella la storia

Ancora più sorprendente fu la relazione predisposta dal curatore fallimentare.

Leggendola ebbi l’impressione che una parte fondamentale della storia fosse stata cancellata.

Nella relazione non comparivano infatti gli eventi che avevano determinato la crisi della società.

Non vi era alcun riferimento:

  • alla revoca degli affidamenti del 21 novembre 2014;
  • alla segnalazione a sofferenza del 19 dicembre 2014;
  • alle ipoteche giudiziali sui beni dei soci;
  • alle dimissioni dell’amministratore;
  • alla carenza di liquidità provocata da tali eventi;
  • all’effetto paralizzante prodotto sull’attività aziendale.

Come se nulla fosse mai accaduto.

Le sentenze che raccontavano un’altra storia

La circostanza appariva ancora più difficile da comprendere considerando che il curatore disponeva di atti e documenti che raccontavano una realtà diversa.

Procedure giudiziarie successive avrebbero infatti accertato che l’intermediario bancario aveva posto in essere:

“atti e comportamenti tutti unidirezionalmente volti a provocare la drastica riduzione dell’attività di impresa e poi il fallimento della stessa”.

Elementi che risultavano conosciuti o comunque conoscibili.

Eppure nella relazione non trovavano alcuno spazio.

Da vittima a indagato

L’effetto finale di quella rappresentazione dei fatti fu devastante.

Eliminando dal racconto tutte le vicende che avevano inciso sulla vita dell’azienda, la crisi appariva improvvisamente come il risultato esclusivo delle scelte gestionali della società.

Quella relazione offrì al Procuratore della Repubblica gli elementi per aprire un procedimento penale nei confronti dell’amministratore.

L’ipotesi era quella di:

procurato dissesto.

La storia stava assumendo contorni sempre più paradossali.

Chi riteneva di aver subito una serie di comportamenti illegittimi si trovava ora nella posizione di dover difendere sé stesso da un’accusa penale.

E il peggio, purtroppo, non era ancora finito.