Una storia di crisi d’impresa, liquidità, procedure fallimentari e rapporti con il sistema bancario. Un capitolo che pone una domanda fondamentale: una società che riduce drasticamente i propri debiti e migliora i propri risultati economici può davvero essere considerata senza futuro?
Combattere contro il nemico invisibile
(Tratto dal libro “Io Non Mi Uccido”)
Nel frattempo la situazione dell’azienda continuava a peggiorare.
Combattevamo contro un nemico apparentemente invisibile ma impossibile da sconfiggere:
la mancanza di liquidità.
Con gli incassi dei punti vendita dovevamo sostenere:
- affitti;
- stipendi;
- spese correnti;
- pagamenti ai fornitori.
Con questi ultimi eravamo riusciti a concordare piani di rientro personalizzati.
Quasi tutti si dimostrarono disponibili.
Quasi tutti compresero la situazione.
Tranne uno.
Lo sfratto del negozio di Fermo
Il proprietario del locale di Fermo era anche dipendente della Cassa di Risparmio di Fermo.
Non perse l’occasione per notificare un’intimazione di sfratto.
Ci rassicurò.
Disse che l’iniziativa serviva soltanto per ragioni fiscali.
Disse che nessuno si sarebbe presentato all’udienza di convalida.
Noi gli credemmo.
Fu un errore.
All’udienza si presentarono regolarmente.
Non solo.
Venne dichiarato un credito superiore a quello effettivamente dovuto che, in assenza di opposizione, divenne esecutivo.
Pignoramenti, sequestri e pressione psicologica
La vicenda non si fermò lì.
Il proprietario si presentò in negozio insieme all’ufficiale giudiziario per procedere a un sequestro di merce durante il normale orario di apertura.
Seguirono anche tentativi di pignoramento presso le abitazioni dei soci.
Non è una bella esperienza aprire la porta di casa e trovarsi davanti un ufficiale giudiziario incaricato di verificare la presenza di beni pignorabili.
Soprattutto quando quella casa custodisce i ricordi di una famiglia.
Quando in quelle stanze dormono i tuoi figli.
Quando ogni oggetto ha un valore che va oltre quello economico.
Le spese legali e il costo della giustizia
Queste procedure producono un effetto ulteriore.
Aumentano i costi.
Moltiplicano le difficoltà.
Spesso trasformano una situazione problematica in una situazione insostenibile.
Nel nostro caso le spese giudiziarie finirono per raddoppiare il valore degli affitti arretrati.
Il provvedimento del giudice liquidò infatti:
“per compensi € 2360,00 per la fase di studio, € 1350,00 per la fase introduttiva, € 470,00 per la fase di trattazione, € 1820,00 per la fase decisionale, € 379 per il contributo unificato, € 27,00 marca da bollo, € 15,5 spese di notifica, oltre IVA, CPA e rimborso forfettario al 15% come per legge”.
Costi perfettamente legittimi dal punto di vista normativo.
Costi che tuttavia contribuirono ad aggravare ulteriormente una situazione già molto difficile.
La chiusura del punto vendita di Fermo
Decidemmo quindi di organizzare una svendita per chiusura del punto vendita.
Lo facemmo nella speranza di recuperare liquidità e di resistere fino alla conclusione delle vicende giudiziarie.
Continuavamo ad attendere la restituzione di quella normale operatività economica che era stata cancellata dalla segnalazione a sofferenza presso la Centrale Rischi della Banca d’Italia.
Un bilancio che raccontava una storia diversa
Il dato che più ci colpì arrivò con l’approvazione del bilancio 2014.
I numeri dimostravano che il piano industriale stava funzionando.
La riduzione degli oneri bancari iniziava a produrre effetti concreti.
Anche il cambiamento della strategia commerciale stava dando risultati.
La perdita si era ridotta a:
39.205 euro.
Un miglioramento enorme rispetto ai:
351.537 euro di perdita del 2013.
In un solo anno la redditività era migliorata di oltre:
312.000 euro.
Un dato che, a nostro avviso, lasciava intravedere prospettive decisamente positive.
Un’azienda che continuava a essere sostenuta dai soci
Anche quella perdita venne integralmente coperta dai soci.
Il vero problema era un altro.
L’impossibilità di acquistare nuova merce.
Le banche avevano sempre svolto la funzione di anticipare le risorse necessarie per finanziare il magazzino.
Nel 2015, a fronte di acquisti medi annui superiori a 800.000 euro negli anni precedenti, riuscimmo ad acquistare merce per appena:
8.000 euro.
Gli incassi del 2015 furono realizzati quasi esclusivamente vendendo il magazzino accumulato negli anni precedenti.
L’istanza di fallimento
Alla fine di ottobre il debito complessivo verso tutti i fornitori era sceso a circa:
120.000 euro.
Molti creditori avevano accettato riduzioni significative.
Altri avevano congelato i propri crediti.
Una parte consistente era rappresentata da somme dovute agli stessi soci.
Fu in questo contesto che la Manifatture Mario Colombo, distributrice dei marchi Colmar e Lacoste, presentò istanza di fallimento per circa:
23.000 euro.

Quella richiesta rappresentò la classica goccia che fece traboccare il vaso.
La sentenza del Tribunale di Fermo
Dalla stessa sentenza dichiarativa di fallimento emergevano dati significativi.
Il Tribunale scriveva:
“Dal bilancio 2012 emerge che l’attivo era pari ad € 1.098.346,00 e i debiti complessivi del medesimo anno ammontano a 1.077.522,00 €, nel 2013 l’attivo ammonta ad € 864.997,00 e i debiti sono pari ad € 1.001.841,00 nel 2014 a fronte di un attivo che supera gli € 800.000,00 i debiti superano gli € 700.000”.
E ancora:
“Quanto al requisito oggettivo di cui all’art. 5 L. Fall. il debito dei ricorrenti ammonta complessivamente ad € 23.420,00 e dall’istruttoria espletata emerge l’ulteriore esposizione debitoria nei confronti dell’INPS per circa 7.000,00 € ed EQUITALIA per circa 4.000,00 €”.
La nomina del curatore fallimentare
Accertati i requisiti di legge, il Tribunale dichiarò il fallimento della Sport & Street.
Venne nominato curatore:
“il Dott. Diego Pennente individuato in base alle caratteristiche ed attitudini professionali insite nella predetta iscrizione, adeguate alle caratteristiche della procedura prevedibili in base ai dati sin qui acquisiti”.
Iniziava così una nuova fase della vicenda.
Il magazzino della Sport & Street
La sede sociale coincideva con la casa appartenuta a mia nonna.
Fu lì che accompagnammo il curatore per il primo accesso.
Il curatore mi confidò che si trattava del suo primo incarico.
Aggiunse che dal Tribunale gli avevano prospettato ulteriori incarichi futuri qualora avesse dimostrato adeguata professionalità.
La casa venne completamente svuotata.
Ogni bene fu inventariato e trasferito all’Istituto Vendite Giudiziarie.
Quanta merce era rimasta?
Il curatore svolse un inventario estremamente dettagliato.
Vennero censiti:
12.657 codici articolo.
Incrociando quei dati con la contabilità aziendale fu possibile stimare un valore della merce pari a circa:
300.000 euro.
A questa cifra andavano aggiunti:
- mobili;
- attrezzature;
- merce inventariata genericamente.
Per un valore complessivo che stimavamo in almeno:
400.000 euro.
Una consistenza patrimoniale che, a nostro avviso, avrebbe consentito sia la prosecuzione dell’attività sia il pagamento dei debiti residui.
Ma il Tribunale aveva scelto una strada diversa.
E da quel momento la storia della Sport & Street cambiò per sempre.

