Inchieste Giornalistiche

Un osservatorio indipendente che indaga temi complessi e poteri nascosti per promuovere consapevolezza e riflessione critica

La perdita della casa come trauma psicologico

(Questo articolo riprende o approfondisce temi trattati nel libro “Io Non Mi Uccido“)

Le storie raccolte negli anni attraverso il Comitato “Io Non Mi Uccido” permisero di comprendere un elemento ricorrente nelle vicende di molti imprenditori travolti dai debiti:

la paura di perdere la casa.

Tra le tante concause che possono alimentare una depressione psichica nelle persone sovraindebitate, emergeva quasi sempre lo stesso fattore determinante:

  • ipoteche;
  • pignoramenti;
  • aste giudiziarie;
  • sfratti;
  • perdita dell’abitazione familiare.

La casa non rappresenta soltanto un bene economico. Per molte famiglie italiane coincide con:

  • la stabilità;
  • la memoria;
  • il sacrificio di una vita;
  • il senso stesso di sicurezza.

Quando una persona percepisce di stare per perdere tutto questo, spesso crolla anche psicologicamente.

A rendere ancora più dolorosa la situazione era la sensazione di assistere alla svendita dei propri beni. Case vendute all’asta a prezzi considerati irrisori e acquistate da soggetti che sembravano arricchirsi proprio sulle difficoltà altrui.

Attorno ai tribunali fallimentari e alle aste giudiziarie sembrava ruotare un intero sistema di interessi.

Le aste immobiliari e gli “sciacalli della crisi”

Molte abitazioni venivano aggiudicate a valori enormemente inferiori rispetto al loro reale prezzo di mercato. E spesso il ricavato non bastava nemmeno a estinguere i debiti residui. Così il debitore si ritrovava:

  • senza casa;
  • senza patrimonio;
  • con ulteriori debiti ancora da pagare.

Un meccanismo devastante.

Come accade spesso nelle grandi crisi economiche o nelle catastrofi naturali, anche attorno alle difficoltà delle famiglie sovraindebitate iniziarono a muoversi soggetti pronti a trasformare il dolore altrui in opportunità economica.

Un articolo pubblicato nel 2016 descriveva chiaramente il fenomeno:

“Gli italiani non riescono più a pagare il mutuo e le case vanno all’asta. Ma tutto ciò per la finanza è un affare d’oro…”

La crisi delle famiglie stava diventando un business.

Il suicidio di Giuseppe Pensierini dopo la vendita della casa

In questo meccanismo infernale finì anche Giuseppe Pensierini, imprenditore edile sessantenne che si tolse la vita nel 2016 dopo la vendita all’asta della propria abitazione.

La sua impresa aveva dato lavoro a oltre cinquanta persone. Poi arrivarono:

  • la crisi;
  • i debiti;
  • il continuo ricorso al credito;
  • il tentativo disperato di salvare almeno la casa.

Quando anche quell’ultimo argine crollò, arrivò il tracollo psicologico.

La moglie Antonella scrisse parole durissime:

«Finché ci saranno gli sciacalli che comprano le case, i macchinari, gli attrezzi da lavoro alle aste, senza pensare che la maggior parte delle persone che subiscono questo sono oneste e distrutte dal dolore, continueranno a succedere queste tragedie”.

Dietro quelle parole c’era una domanda enorme:

fino a che punto una società può considerarsi civile se trasforma il fallimento economico in distruzione umana?

Donato Rotondo e il dramma della casa all’asta

Uno schema molto simile si ripeté anni dopo con Donato Rotondo. Aveva aperto una piccola attività commerciale inseguendo il sogno del lavoro autonomo. Poi la crisi economica lo aveva costretto a chiudere tutto e a cercare lavoro come dipendente in un supermercato.

Ma il peso dei debiti continuava a incombere.

Quando la casa di famiglia finì all’asta e venne acquistata da un avvocato, ogni speranza crollò definitivamente.

La lettera scritta dalla figlia Federica dopo la morte del padre rappresenta una delle testimonianze più dolorose della devastazione provocata dalla perdita dell’abitazione familiare.

Scriveva:

“Casa tua ha un nuovo proprietario e tu questo lo sapevi, ed è la consapevolezza di aver perso tutto che ti ha convinto di non essere più una spalla per la tua famiglia.”

E ancora:

“Avresti mai potuto pensare che al mondo esistessero persone in grado di calpestare per soldi il dolore altrui?”

La famiglia fu costretta a lasciare l’abitazione poche settimane dopo il suicidio, nel pieno delle festività natalizie e con una madre malata oncologica sottoposta a chemioterapia.

Parole che trasformano una procedura esecutiva apparentemente “tecnica” in qualcosa di profondamente umano.

Il diritto all’abitazione e la Direttiva Europea 93/13/CEE

Sorprendeva — e sorprende ancora oggi — l’enorme ritardo con cui in Italia è stato affrontato il tema della tutela dell’abitazione principale rispetto alle procedure bancarie e alle clausole contrattuali.

La Direttiva 93/13/CEE del Consiglio Europeo del 5 aprile 1993 ha infatti stabilito che le clausole contrattuali non oggetto di negoziato individuale possono essere considerate abusive quando determinano un significativo squilibrio tra le parti.

L’Articolo 3 della Direttiva afferma:

“Una clausola contrattuale, che non è stata oggetto di negoziato individuale, si considera abusiva se, malgrado il requisito della buona fede, determina, a danno del consumatore, un significativo squilibrio dei diritti e degli obblighi delle parti derivanti dal contratto”.

Il principio è estremamente rilevante perché la quasi totalità dei contratti bancari viene sottoscritta attraverso moduli predisposti unilateralmente dagli istituti di credito, senza una reale possibilità di negoziazione da parte del cliente.

La Corte di Giustizia Europea e la tutela della casa familiare

Nel 2014 la Corte di Giustizia dell’Unione Europea, con la sentenza C-34/13, ribadì ulteriormente la centralità del diritto all’abitazione.

La Corte affermò:

“La perdita dell’abitazione familiare non è solamente idonea a violare gravemente il diritto dei consumatori ma pone i familiari del consumatore interessato in una situazione particolarmente delicata”.

E ancora:

“La perdita dell’abitazione costituisce una delle più gravi violazioni al diritto al rispetto del domicilio”.

La stessa sentenza evidenziava la necessità che i giudici potessero sospendere procedure esecutive fondate su contratti contenenti clausole abusive.

Tuttavia, nella pratica, questi principi europei hanno trovato applicazione molto limitata nei tribunali italiani. E ancora meno tutela è stata riconosciuta agli imprenditori e alle partite IVA, spesso considerati soggetti “più consapevoli” rispetto ai normali consumatori.

Anatocismo, usura bancaria ed Euribor

Per molti imprenditori restava quindi soltanto la strada, lunga e difficilissima, delle azioni giudiziarie contro le banche:

  • per anatocismo;
  • per usura bancaria;
  • per illegittima segnalazione;
  • per la manipolazione dell’Euribor;
  • per nullità delle clausole contrattuali.

Cause civili spesso durate anni.

Anni durante i quali molte persone perdevano:

  • aziende;
  • lavoro;
  • salute;
  • famiglia;
  • casa.

E talvolta anche la speranza stessa di poter continuare a vivere