Inchieste Giornalistiche

Un osservatorio indipendente che indaga temi complessi e poteri nascosti per promuovere consapevolezza e riflessione critica

La crisi dello spread e il crollo delle imprese italiane

(Questo articolo riprende o approfondisce temi trattati nel libro “Io Non Mi Uccido“)

L’Italia imboccò definitivamente il tunnel della recessione nel settembre del 2011. Il taglio del rating del debito pubblico italiano da parte dell’agenzia Standard & Poor’s e l’impennata dello spread fino a quasi 500 punti provocarono una vera e propria crisi di sistema. Nel novembre dello stesso anno arrivarono le dimissioni del governo guidato da Silvio Berlusconi e la nascita dell’esecutivo tecnico presieduto da Mario Monti.

Ma mentre politica, televisioni e giornali discutevano di spread, mercati e debito pubblico, nelle imprese italiane stava accadendo qualcosa di molto più drammatico. L’aumento dei costi bancari e il crollo dei consumi stavano soffocando commercianti, artigiani e piccole partite IVA. Molte aziende continuarono a indebitarsi nella speranza di quella famosa “luce in fondo al tunnel” continuamente promessa dalla politica.

Quella luce, però, non arrivava mai.

Il dramma delle partite IVA e l’hashtag #iononmiuccido

Tra il 2013 e il 2014 il disagio del mondo delle partite IVA diventò sempre più evidente. Parallelamente iniziarono a moltiplicarsi le notizie di suicidi per motivi economici. Imprenditori, commercianti, disoccupati, piccoli artigiani schiacciati da debiti, banche, tasse e pignoramenti.

Fu in quel clima che sui social network iniziò spontaneamente una forma di protesta molto particolare. Sempre più persone pubblicavano la propria fotografia con in mano un cartello contenente gli hashtag:

#iononmiuccido

oppure

#iononmiammazzo

accompagnati dalla dichiarazione di non riuscire più a pagare tasse, contributi e debiti.

L’iniziativa diventò rapidamente virale. Dietro ogni fotografia c’era una storia diversa, ma tutte avevano elementi comuni:

  • senso di solitudine;
  • paura;
  • indebitamento;
  • vergogna;
  • disperazione.

Poi accadde qualcosa che cambiò definitivamente la percezione del fenomeno.

Il suicidio di Marco Carli e la disperazione degli imprenditori italiani

Il 4 giugno 2015, ad Avezzano, Marco Carli — trentaquattro anni, sposato, un figlio piccolo — decise di togliersi la vita. Poco tempo prima aveva pubblicato anche lui la propria fotografia con il cartello:

#iononmiammazzo

Quel gesto sconvolse profondamente l’opinione pubblica. Perché dimostrava che dietro quegli hashtag non c’era una semplice protesta sociale ma una disperazione reale.

Tra il 2009 e il 2016 fallirono oltre centomila imprese italiane. Più di un milione e mezzo di aziende cessarono l’attività lasciando senza lavoro centinaia di migliaia di persone.

Una vera e propria emergenza sociale.

Eppure il fenomeno veniva spesso raccontato come una semplice conseguenza economica della crisi, senza comprendere il dramma umano che si nascondeva dietro ogni fallimento.

Banche, tribunali e il peso del sistema sulle imprese

Quella che si stava consumando era una strage silenziosa. Una tragedia aggravata dall’inadeguatezza della legislazione, dalla lentezza della giustizia civile e dal comportamento degli istituti bancari che, nel tentativo di proteggere i propri bilanci, finirono spesso per schiacciare definitivamente clienti già in difficoltà.

In quegli anni vennero introdotte anche norme che acceleravano le procedure esecutive e i pignoramenti immobiliari. Mentre le cause civili contro le banche potevano durare anni, le esecuzioni sui beni dei debitori diventavano sempre più rapide.

Molti imprenditori lasciarono lettere drammatiche prima di togliersi la vita. Tra le più sconvolgenti vi fu quella dell’imprenditore marchigiano Riccardo Morpurgo. In quelle righe non c’era soltanto il dolore personale di un uomo, ma la descrizione lucidissima di un’intera classe sociale schiacciata dalla crisi.

Scriveva:

“Una crudele, sfinente ed umiliante alternanza tra illusione e repentina disillusione, tra fiduciosa, e finalmente luminosa, speranza ed immediata cocente delusione…”

E ancora:

“Tanti sono gli errori che ho commesso nella mia vita: errori di supponenza, di ingenuità ed ottimismo nel prossimo, di poca o nulla previdenza, errori (ma chi non?), ma mai sono venuto meno ai dettami di correttezza ed onestà.”

Parole che fotografavano perfettamente il sentimento di migliaia di imprenditori italiani: “sentirsi colpevoli pur avendo semplicemente lavorato”.

Il silenzio dei media sui suicidi economici

Eppure tutto questo sembrava dover rimanere nascosto. Il tema del suicidio veniva affrontato con estrema cautela dai mezzi di informazione, spesso giustificando il silenzio con il rischio di fenomeni emulativi.

L’Ordine dei Giornalisti del Veneto, nel luglio del 2015, diffuse persino un appello invitando i media a trattare con estrema prudenza le notizie di suicidio e a evitare forme di sensazionalismo.

Una posizione comprensibile sotto il profilo deontologico, ma che rischiava anche di produrre un effetto collaterale molto pericoloso:

rendere invisibile un’emergenza sociale enorme.

Nel frattempo alcune associazioni e gruppi spontanei iniziarono a rompere il muro del silenzio. Sul web comparvero pagine dedicate alla memoria degli imprenditori suicidi, descritti non come persone fragili ma come vittime di un sistema economico e istituzionale sempre più opprimente.

La nascita del Comitato “Io Non Mi Uccido”

Fu proprio in quel contesto che decisi di fondare il Comitato:

“Io Non Mi Uccido”.

L’obiettivo era semplice ma ambizioso:

  • raccogliere le notizie dei suicidi economici;
  • rompere il silenzio mediatico;
  • sensibilizzare opinione pubblica e istituzioni;
  • offrire ascolto a chi si sentiva completamente solo.

Nacque così anche il sito:

iononmiuccido.it

Ogni giorno raccoglievamo notizie pubblicate da giornali locali e testate online. Trenta, quaranta, cinquanta episodi al mese. Un autentico stillicidio.

Dietro quelle statistiche c’erano persone vere. Padri di famiglia. Artigiani. Commercianti. Professionisti. Persone che fino a pochi anni prima conducevano una vita normale e che improvvisamente si erano ritrovate schiacciate da debiti, fallimenti, banche e procedure giudiziarie.

Le testimonianze della disperazione

Facebook divenne rapidamente un luogo di incontro tra persone accomunate dalle stesse paure. Ricevevo ogni giorno decine di messaggi e telefonate.

Molti iniziavano nello stesso modo:

“Caro Massimiliano non so perché ho deciso di affidare a te questo mio pensiero…”

Oppure:

“Non nego che l’idea di farla finita sia passata per la testa più volte…”

Erano messaggi durissimi. Persone che avevano perso tutto:

  • aziende;
  • case;
  • dignità;
  • speranza.

Io cercavo di rispondere a tutti. Sapevo bene che il Comitato non aveva la possibilità concreta di risolvere economicamente i problemi di quelle persone. Ma avevo compreso una cosa fondamentale:

la solitudine peggiora la disperazione.

Molti imprenditori vivevano il fallimento come una colpa personale. Cercavo invece di spiegare loro che non stavano combattendo una battaglia individuale ma una guerra collettiva che stava travolgendo migliaia di famiglie italiane.

Spesso anche solo prendere coscienza di non essere soli rappresentava un piccolo argine contro il baratro.