(Io non mi uccido – estratto del libro)
Una vicenda che intreccia esecuzioni forzate, pignoramenti, opposizioni giudiziarie e il difficile percorso necessario per trasformare una sentenza favorevole in un risultato concreto. Perché tra avere ragione e ottenere giustizia esiste spesso una distanza enorme.
Il pignoramento di quasi un milione di euro
(Questo articolo riprende o approfondisce temi trattati nel libro “Io Non Mi Uccido“)
Il 9 luglio 2019, dopo la notifica dell’atto di precetto e il decorso infruttuoso del termine concesso alla Cassa di Risparmio di Fermo per adempiere spontaneamente, i nostri avvocati si presentarono presso la sede della banca insieme all’Ufficiale Giudiziario di Fermo.
L’obiettivo era procedere all’esecuzione della sentenza.
La somma richiesta nel precetto, aumentata di un quinto come previsto dalla legge, ammontava complessivamente a:
901.787,42 euro.
L’importo venne consegnato all’Ufficiale Giudiziario attraverso dieci assegni circolari intestati alla Cancelleria Esecuzioni Mobiliari del Tribunale di Fermo.
Una vittoria ancora da conquistare
Le somme, tuttavia, non erano immediatamente disponibili.
Era necessario presentare un’istanza di assegnazione.
Il giudice dell’esecuzione fissò quindi un’udienza per il 1° ottobre 2019.
Ancora una volta sembrava che nulla potesse essere semplice.
Ancora una volta bisognava attendere.
L’ennesima opposizione della banca
La banca reagì promuovendo un nuovo procedimento.
Attraverso l’opposizione all’esecuzione chiese al giudice di:
“accertare e dichiarare la improcedibilità e/o inammissibilità della domanda di pagamento”
e di rigettare l’istanza di assegnazione delle somme.
Era l’ennesimo capitolo di una battaglia giudiziaria che sembrava non dover finire mai.
L’udienza davanti al giudice dell’esecuzione
Mi presentai in tribunale con largo anticipo.
Le precedenti esperienze mi avevano insegnato che gli orari delle udienze erano spesso soltanto indicativi.
Durante l’attesa ebbi modo di osservare il comportamento dell’avvocato della banca, che tentava ripetutamente di interloquire con il giudice per esporre le proprie ragioni.
Tentativi che venivano sistematicamente respinti.
Quando arrivò il nostro turno, l’udienza assunse toni particolari.
L’avvocato della controparte, Emiliani, diede vita a una lunga esposizione che, ai miei occhi, apparve più come una dimostrazione di abilità oratoria che come una discussione strettamente giuridica.
La giudice dell’esecuzione, la dott.ssa Maria Chiara Ascenzi, si riservò la decisione.
Il rigetto dell’opposizione
La decisione arrivò pochi giorni dopo.
L’opposizione della banca venne rigettata.
Il 20 novembre 2019 il Tribunale di Fermo autorizzò il pagamento delle somme e comunicò alla filiale del Banco Marchigiano l’emissione del relativo mandato.
Per la prima volta, dopo anni di battaglie, quelle somme diventavano realmente disponibili.
Era un passaggio che sembrava quasi irreale.
Quando il peso degli anni si fa sentire
Non mi vergogno ad ammettere che tutto ciò che avevamo vissuto mi aveva profondamente segnato.
All’esterno cercavo di mostrarmi forte.
Dentro di me ero esausto.
La fatica psicologica accumulata in quegli anni era enorme.
Ricordo che a volte dovevo concentrarmi persino per compiere gesti semplici.
Alzarmi dal divano.
Muovere un braccio.
Iniziare una nuova giornata.
La sera restavo spesso davanti al televisore senza riuscire a fare altro.
Mi capitava di piangere per qualunque scena di sofferenza.
Anche la più banale.
Anche quella contenuta in un semplice cartone animato.
Il pagamento dei debiti
Con quelle somme ci affrettammo a sistemare le situazioni più urgenti.
Provvedemmo a chiudere:
- debiti personali;
- esposizioni derivanti da fideiussioni;
- obbligazioni contratte negli anni più difficili.
Io e mia sorella decidemmo inoltre di estinguere il mutuo residuo della casa di nostra madre.
Dopo la morte di nostro padre, la sua unica entrata era diventata la pensione di reversibilità, inferiore ai 700 euro mensili.
Era una scelta che sentivamo doverosa.
Un debito morale verso i fornitori
Nelle nostre intenzioni vi era anche un altro obiettivo.
Pur non essendo obbligati dalla legge, volevamo risarcire i fornitori che si erano insinuati nel passivo fallimentare.
Molti di loro ci avevano aiutato.
Molti avevano creduto in noi.
Molti avevano accettato sacrifici pur di consentirci di continuare a lavorare.
Sentivamo di avere nei loro confronti un debito morale prima ancora che economico.
Il costo della difesa
Nel frattempo arrivò una nuova richiesta economica da parte dello studio legale che ci assisteva in appello.
La parcella ammontava a:
40.000 euro.
Una cifra che si aggiungeva ai compensi già versati negli anni precedenti.
Pur con molte difficoltà cercammo di trovare un accordo.
Proponemmo un pagamento rateale di 7.000 euro per volta fino alla conclusione del giudizio.

Scrivemmo agli avvocati:
“Siamo particolarmente fieri di essere rappresentati da uno studio che ha lo stesso ‘peso’ di una banca e senza il quale noi saremmo già tutti morti, ma ci interroghiamo anche sul fatto che in pochi possono avere queste disponibilità economiche.”
Chi può permettersi la giustizia?
La risposta ricevuta fu molto netta.
Non vi era disponibilità a collegare il pagamento all’esito delle procedure ancora pendenti.
Quell’episodio mi lasciò una riflessione che porto ancora oggi con me.
La giustizia dovrebbe essere accessibile a tutti.
Nella pratica, però, affrontare procedimenti complessi richiede spesso risorse economiche enormi.
Risorse che molte persone non possiedono.
Ed è proprio questa esperienza che mi ha reso diffidente verso molte organizzazioni che dichiarano di aiutare i cittadini ma che, troppo spesso, finiscono semplicemente per indirizzarli verso studi legali.
Una riflessione amara.
Ma maturata attraverso anni di esperienza diretta.
