Ci sono ferite che colpiscono i singoli individui: i reati contro la persona, contro il patrimonio, contro la dignità stessa delle persone.
E poi esistono ferite ancora più profonde, quelle che intaccano il sistema della convivenza civile e la fiducia dei cittadini nelle istituzioni. Sono le distorsioni del potere, i reati nella e della pubblica amministrazione, le opacità amministrative, i meccanismi che trasformano lo Stato — nato per garantire equità e tutela collettiva — in un sistema che troppo spesso finisce per proteggere sé stesso.
Dietro quasi ogni grande ingiustizia si nascondono sempre due elementi.
Il primo è la mancanza di trasparenza: la possibilità di compiere azioni amministrative, economiche o politiche inopportune — quando non apertamente illecite — lontano dagli occhi dei cittadini, senza che nessuno possa realmente comprendere come vengono esercitati il potere e il denaro pubblico.
Il secondo è la sensazione di impunità.
La convinzione che, anche qualora certe dinamiche vengano scoperte, esista comunque un sistema sufficientemente lento, confuso, impermeabile o influenzabile da consentire ai più forti di uscirne indenni. Talvolta grazie alla complessità delle norme, talvolta grazie ai rapporti di potere, talvolta semplicemente grazie all’enorme distanza che separa un cittadino comune da chi dispone di risorse economiche, relazioni e protezioni.
È esattamente in questo spazio che nasce il giornalismo d’inchiesta.
Perché dove manca la trasparenza cresce inevitabilmente l’arbitrio.
La trasparenza, per me, non è mai stata una parola astratta.
È stata quasi un’ossessione civile. Un principio semplice, persino banale: i cittadini devono poter capire come vengono prese le decisioni che incidono sulla loro vita.
Oggi questo concetto è consacrato da norme, decreti, linee guida dell’ANAC e principi europei. Ma molto prima che diventasse un tema di moda, per me era già una necessità democratica.
Mi ricordo perfettamente un episodio apparentemente insignificante, ai tempi delle scuole superiori.
Per il rinnovo del consiglio d’istituto venne presentata una sola lista di studenti. Una lista unica. Nessun confronto, nessuna alternativa, nessuna vera partecipazione.
Mi colpì profondamente.
Che senso ha votare quando non esiste possibilità di scelta?
Che valore può avere la rappresentanza se tutto si riduce a una formalità burocratica?
Molti miei compagni non sembravano interessati. Le assemblee studentesche erano spesso considerate soltanto un’occasione per perdere ore di lezione. Ma proprio quell’indifferenza mi appariva pericolosa. Perché è nell’abitudine al disinteresse che si svuotano lentamente le istituzioni democratiche.
Così, quasi contro la mia natura, decisi di promuovere una lista alternativa.
Non perché fossi animato da ambizioni personali. Anzi.
Sono sempre stato una persona timida. Girare per le classi a chiedere voti mi metteva sinceramente a disagio. Ma era più forte la convinzione che una partecipazione reale fosse necessaria.
Quell’esperienza mi vide eletto nel consiglio d’istituto.
Ma il risultato elettorale fu la cosa meno importante. Ciò che contava davvero era aver dimostrato che la partecipazione nasce soltanto quando esiste informazione, confronto, trasparenza.
Questo principio non mi ha più abbandonato.
Lo ritrovai anni dopo all’Università di Macerata. Anche lì esistevano organi collegiali, rappresentanze, commissioni. Ma pochissimi studenti sapevano davvero cosa facessero o quali decisioni venissero prese.
Fu allora che nacque l’idea di creare un giornale universitario.
Si chiamava “Caleidoscopio”, supplemento a Emmaus (Aut. Trib. Macerata n. 268 del 06.10.1986). Un giornale fatto dagli studenti per gli studenti. Un piccolo esperimento di informazione indipendente in un’epoca in cui non esistevano social network, piattaforme digitali o strumenti informatici avanzati.
Oggi pubblicare un contenuto richiede pochi secondi.
All’epoca impaginare un articolo significava ore di lavoro materiale, sacrifici economici e organizzazione quasi artigianale.
Eppure ci riuscimmo.
Grazie anche alla preziosa collaborazione di Don Luigi Taliani, assistente della FUCI e grande appassionato di giornalismo, quel progetto diventò qualcosa di molto più importante di un semplice giornalino universitario.
Il 5 marzo 1991 riuscimmo persino a intervistare Umberto Eco, ospite dell’Università di Macerata per una conferenza dedicata al rapporto tra università e media.

Ma il risultato più significativo fu un altro.
Alle successive elezioni universitarie la partecipazione degli studenti aumentò enormemente.
Ed era la prova concreta di una convinzione che negli anni sarebbe diventata sempre più forte dentro di me: senza una informazione vera non esiste partecipazione consapevole. E senza partecipazione la democrazia si svuota lentamente, fino a diventare soltanto una forma senza sostanza.
Molti anni dopo, con l’arrivo dei social network, questa mia vecchia ossessione trovò una nuova forma.
Creai una pagina Facebook dal titolo:
“Fermo: dove vanno a finire i soldi delle tasse”.

L’idea era semplicissima.
Leggere le delibere comunali e le determinazioni dirigenziali è spesso un’impresa quasi impossibile per un cittadino comune. Pagine e pagine di riferimenti normativi, formule burocratiche, richiami legislativi incomprensibili. Decine di righe per comunicare, magari, l’acquisto di una semplice lampadina.
Così iniziai a tradurre quel linguaggio.
Pubblicavo:
- la fotografia dell’oggetto acquistato;
- il costo;
- il nome del fornitore;
- la sintesi della determina.
Nulla di più.

Senza rendermene conto, stavo applicando un principio consacrato da numerose norme sulla trasparenza amministrativa.
Il principio cardine introdotto dal D.lgs. 97/2016, attuativo della legge delega n. 124/2015 (la cosiddetta “Legge Madia”), è infatti che la trasparenza amministrativa non rappresenta una semplice forma di pubblicità degli atti, ma uno strumento essenziale di controllo democratico.
Ai sensi dell’art. 1 del D.lgs. 33/2013, come modificato dal D.lgs. 97/2016, la trasparenza viene definita come:
“accessibilità totale dei dati e documenti detenuti dalle pubbliche amministrazioni”
allo scopo di:
“tutelare i diritti dei cittadini, promuovere la partecipazione degli interessati all’attività amministrativa”
e soprattutto di favorire:
“forme diffuse di controllo sul perseguimento delle funzioni istituzionali e sull’utilizzo delle risorse pubbliche”.
Il legislatore aveva compreso una verità fondamentale: la trasparenza non serve soltanto a pubblicare documenti. Serve a riequilibrare il rapporto tra cittadini e potere.
Fu proprio da queste riflessioni che nacque uno studio sulla trasparenza amministrativa del Comune di Fermo dal titolo:
“La Trasparenza Opaca”.
Uno studio che metteva in evidenza le resistenze delle amministrazioni pubbliche verso una trasparenza realmente accessibile e comprensibile ai cittadini.
Quel lavoro venne successivamente pubblicato il 10 Agosto 2020 anche dal sito 9luglio1992.com organo ufficiale delle Agende Rosse di Salvatore Borsellino.

Pensavo sinceramente di svolgere un’attività utile.
Quasi meritoria.
Non immaginavo che, per molti, quella mia passione rappresentasse invece un fastidio.
E soprattutto non immaginavo quanto potesse diventare pericolosa.
Perché io provenivo da una famiglia normale. Nessun patrimonio, nessun potere, nessuna rete di protezione. Ero convinto che proprio questa mia condizione mi rendesse libero da ricatti e condizionamenti.
Mi sbagliavo.
Quando, per una serie di vicissitudini personali e lavorative, intrapresi la strada del commercio, scoprii sulla mia pelle quanto possa costare, in Italia, pretendere trasparenza.
Quello che fino a quel momento era stato per me soltanto un “hobby civile” divenne lentamente la causa della mia rovina economica.
Senza volerlo, mi ritrovai dentro una storia di ordinaria follia italiana.
Una vicenda che, col passare degli anni, avrebbe smesso di essere soltanto la storia del fallimento di un’attività commerciale.
Sarebbe diventata qualcosa di molto più grande.
Una vera inchiesta sul funzionamento dei tribunali italiani, sui rapporti tra potere economico e potere politico, sulle fragilità del sistema giudiziario e sulle distorsioni che, ogni anno, travolgono la vita di migliaia di cittadini nel silenzio generale.

