Una storia di processi, rinvii, consulenze tecniche e attese interminabili. Quando la ricerca della giustizia si trasforma in una maratona giudiziaria, il tempo stesso diventa una forma di condanna.
Sopravvivere senza lavoro e senza denaro
(Questo articolo riprende o approfondisce temi trattati nel libro “Io Non Mi Uccido“)
Pensavo di aver visto tutto.
In realtà non ero ancora entrato nel vivo della nostra vicenda processuale.
Come già raccontato, il processo nato dall’opposizione al decreto ingiuntivo della banca era stato interrotto a seguito del fallimento della Sport & Street.
Senza più un lavoro.
Senza più risorse economiche.
Senza alcuna certezza sul futuro.
Decidemmo comunque di riassumere il procedimento che il curatore fallimentare aveva scelto di abbandonare.
La causa riprese nel maggio 2016 con il deposito delle memorie e la successiva fissazione delle udienze istruttorie.
Le prove furono assunte nel corso del 2017.
L’intossicazione mentale
Ancora oggi non so spiegarmi come siamo riusciti a sopravvivere in quel periodo.
Non è semplice raccontare ciò che accade quando una persona viene travolta contemporaneamente da problemi economici, familiari e giudiziari.
Per esperienze di questo tipo si parla spesso di una vera e propria intossicazione mentale.
Si smette di dormire.
Si vive in uno stato di allerta permanente.
Molti ricorrono a tranquillanti o antidepressivi.
E soprattutto si perde quella lucidità necessaria per affrontare la vita quotidiana.
Passavo notti intere a studiare documenti e a scrivere memorie che poi trasmettevo all’avvocato per contrastare nuove ricostruzioni della controparte che ritenevo infondate.
Il processo civile visto da vicino
Fu in quel periodo che scoprii una realtà che ignoravo completamente.
Nel processo civile si possono sostenere tesi opposte e incompatibili tra loro.
Alla fine ciò che conta è riuscire a convincere il giudice.
E qui entra in scena una figura poco conosciuta al grande pubblico:
il Giudice Onorario di Tribunale (GOT).
Si tratta di professionisti che svolgono temporaneamente funzioni giudicanti senza appartenere stabilmente alla magistratura togata.
Nel nostro caso la causa venne assegnata a un professionista esperto principalmente in diritto di famiglia.
Una materia molto diversa da quella bancaria e societaria che costituiva il cuore della controversia.
I rinvii e il tempo della giustizia
Le questioni tecniche venivano continuamente approfondite.
Le udienze si susseguivano.
I rinvii si moltiplicavano.
Quattro mesi.
Cinque mesi.
A volte anche di più.
Chi vive una causa da protagonista misura il tempo in modo diverso.
Ogni rinvio viene percepito come un ulteriore pezzo di vita sottratto.
Mentre per gli operatori del settore quelle stesse udienze rappresentano spesso normale routine professionale.
Ricordo ancora le conversazioni informali tra avvocati.
Le battute.
I sorrisi.
Le chiacchiere tra colleghi.
Scene assolutamente normali per chi frequenta quotidianamente i tribunali.
Molto meno normali per chi sta aspettando una decisione che può cambiare la sua esistenza.
Le consulenze tecniche
Per accertare se la Sport & Street avesse effettivamente ricostituito il capitale sociale, il giudice ritenne necessario disporre una Consulenza Tecnica d’Ufficio.
A mio avviso la documentazione disponibile era già sufficiente.
Ma il processo prese un’altra strada.
Si aggiunsero nuove udienze.
Nuove attività.
Nuovi costi.
Nuovi professionisti.
In quel periodo iniziai a comprendere il significato di una frase molto diffusa negli ambienti giudiziari:
“Causa che pende è causa che rende”.
Una frase che mi colpì profondamente.
La relazione del consulente tecnico
Alla fine il consulente nominato dal Tribunale giunse a una conclusione molto chiara.
Scrisse infatti:
“Si può concludere che dall’esame della documentazione citata risulta che i soci hanno effettivamente eseguito gli asseriti versamenti a favore della società il cui importo, riscontrato con gli estratti conto bancari, è di entità eccedente rispetto a quanto necessario per la copertura delle perdite. Risulta inoltre che tali versamenti sono stati effettivamente eseguiti tutti anteriormente alla data della delibera di approvazione del bilancio del 20/08/2014”.
In altre parole, il motivo utilizzato dalla banca per giustificare la revoca degli affidamenti risultava infondato.
La sentenza contro la banca
Il 13 luglio 2018 arrivò finalmente la decisione.
Il GOT Maura Diodato riconobbe che la banca aveva violato i principi di correttezza e buona fede.
Nella sentenza si legge:
“La condotta contraria a buona fede tenuta da CaRiFermo ha indubbiamente generato a Sport & Street srl una serie di conseguenze dannose di sensibile entità, determinando sia la gratuita ed illegittimamente gravosa segnalazione a sofferenza sua e dei soci-garanti, con effetto “domino” sui rapporti con le altre banche, sia la concreta ed immediata limitazione dell’esecuzione di transazioni, del saldo dei debiti esistenti, delle operazioni di acquisto e di vendita, dell’utilizzo del servizio RID, effetti tutti unidirezionalmente votati a provocare la drastica riduzione dell’attività di impresa e poi il fallimento della società”.
Parole inequivocabili.
Il giudice accertava l’illegittimità:
- della revoca degli affidamenti;
- del finanziamento chirografario;
- della segnalazione alla Centrale Rischi;
- del decreto ingiuntivo ottenuto dalla banca.
Il decreto ingiuntivo veniva infatti revocato.
Il colpo di scena
Sembrava la fine della battaglia.
In realtà era soltanto un’altra tappa.
Quando arrivò il momento di quantificare i danni, il giudice fermò il proprio esame.
Pur riconoscendo la responsabilità della banca, ritenne necessario disporre un’ulteriore consulenza tecnica per accertare l’ammontare del danno patrimoniale subito dai soci.
Scrisse infatti:
“Per quanto sin qui esposto va affermata la responsabilità contrattuale della opposta convenuta, tuttavia non ritiene il giudicante sia possibile procedere alla liquidazione in via equitativa del risarcimento ai soci fideiussori…”
La causa veniva quindi rimessa nuovamente in istruttoria.
Altre udienze.
Altro tempo.
Altri costi.
Altra attesa.
Una proposta inattesa
Il nostro avvocato ci riferì che vi erano stati contatti informali per comprendere quale potesse essere una cifra accettabile per definire la controversia.
Secondo quanto ci venne riferito, la banca non avrebbe voluto riconoscere somme superiori a circa 70.000 euro per ciascun socio.
Ci chiese un parere.
Rimanemmo senza parole.
Davanti a danni che ritenevamo documentati e quantificati in oltre quattro milioni e mezzo di euro, quelle cifre apparivano irrisorie.
Più che una proposta.
Un insulto.
E la causa, ancora una volta, continuava a pendere.

