Inchieste Giornalistiche

Un osservatorio indipendente che indaga temi complessi e poteri nascosti per promuovere consapevolezza e riflessione critica

Una riflessione sul funzionamento della giustizia civile italiana vista dagli occhi di chi vi entra per la prima volta. L’attesa di una decisione giudiziaria, le aspettative di chi cerca tutela e il difficile impatto con una realtà molto diversa da quella immaginata.

L’attesa della prima udienza

(Tratto dal libro “Io Non Mi Uccido”)

La prima udienza per l’opposizione al decreto ingiuntivo venne fissata per il 24 settembre 2015.

Dovevamo resistere fino a quella data.

Quando si attende giustizia si sviluppa una particolare percezione del tempo.

Le ore sembrano giorni.

I giorni sembrano mesi.

Tutto ruota attorno a quell’appuntamento.

Si contano i giorni che mancano.

Le altre ricorrenze — compleanni, anniversari, festività — perdono importanza.

Esiste solo quella data.

Per noi rappresentava una liberazione.

O almeno così credevamo.

Le difficoltà quotidiane di un’azienda segnalata a sofferenza

Nel frattempo la situazione aziendale continuava a peggiorare.

Fare acquisti era diventato estremamente complicato.

Non avendo più una normale operatività bancaria e non potendo utilizzare assegni, ogni operazione doveva essere effettuata in contanti.

Anche i fornitori avevano iniziato a manifestare preoccupazione.

La sostituzione dell’amministratore unico aveva inevitabilmente generato interrogativi.

Molti accettavano gli ordini soltanto con riserva.

Ogni rapporto commerciale sembrava improvvisamente diventato fragile.

La lettera ai fornitori

Per spiegare la situazione, il nuovo amministratore inviò una comunicazione alle aziende fornitrici.

Il tono della lettera fotografa perfettamente lo stato d’animo di quel periodo:

“Le ritorsioni attuate dagli istituti di credito (revoca dei finanziamenti aziendali in regolare ammortamento nonché la revoca di quelli personali dell’amministratore), a seguito nostra azione legale per il recupero di ingenti somme indebitamente sottratte, hanno indotto il Sig. Stefano Postacchini a rassegnare le dimissioni per la situazione di stress incompatibile con la malattia degenerativa che lo affligge. In relazione alla situazione conflittuale con gli istituti di credito Vi preghiamo di non porre all’incasso eventuali titoli dati in garanzia e di fissare un incontro con cui concordare una strategia comune. Nell’attesa di poter mostrare la documentazione a sostegno di quanto affermato Vi salutiamo cordialmente”.

Nella lettera non veniva indicato il nome della banca.

Tuttavia il riferimento alla Cassa di Risparmio di Fermo appariva facilmente individuabile per chi conosceva la vicenda e disponeva della documentazione relativa alle dimissioni dell’amministratore e alla sua sostituzione.

L’importanza di valutare tutte le prove

Negli anni successivi mi resi conto di quanto sia importante analizzare tutte le prove disponibili.

Anche un singolo documento, se isolato dal contesto, può portare a conclusioni errate.

Quella stessa lettera verrà infatti successivamente utilizzata per sostenere che la società avesse problemi anche con altri istituti bancari.

Una ricostruzione che, a nostro avviso, ignorava una mole considerevole di documentazione contraria presente nel fascicolo processuale.

Tra questi documenti figuravano:

  • certificazioni rilasciate dagli altri istituti di credito;
  • attestazioni sulla regolarità dei rapporti bancari;
  • testimonianze dei direttori delle filiali ascoltati nel giudizio di primo grado.

Elementi che descrivevano una realtà molto diversa.

La mia prima volta in Tribunale

Non ero mai entrato in un tribunale.

Come molte persone, ne avevo una visione idealizzata.

Un luogo quasi solenne.

Un’istituzione circondata da una sorta di sacralità.

L’udienza era fissata per le ore 11.

Arrivai qualche minuto prima, con l’ansia di dover individuare il mio avvocato, Debora Senzacqua, che avevo visto soltanto poche volte presso gli uffici della Omnia Service.

L’impatto fu traumatico.

Il corridoio era pieno di persone.

Gruppi che parlavano ad alta voce.

Persone che sostavano davanti a porte chiuse.

Porte che si aprivano improvvisamente per poi richiudersi pochi minuti dopo.

Una scena completamente diversa da quella che avevo immaginato.

«Abbiamo già fatto tutto»

Quando finalmente individuai l’avvocato, ricevetti una risposta che mi lasciò senza parole.

Con estrema rapidità mi disse:

“abbiamo già fatto tutto”.

Rimasi interdetto.

“Tutto cosa?” chiesi.

La risposta arrivò immediatamente:

“C’è stata l’udienza e la banca ha chiesto la provvisoria esecutività del decreto ingiuntivo e quindi il giudice si è riservato di prendere una decisione”.

Non avevo assistito a nulla.

Non avevo visto il giudice.

Non avevo ascoltato una parola.

Non avevo avuto la possibilità di raccontare ciò che stavo vivendo.

Tutto era già accaduto.

La giustizia vista da chi la subisce

Quell’esperienza mi colpì profondamente.

Avrei voluto parlare.

Spiegare.

Raccontare.

Far comprendere ciò che stava accadendo alla nostra azienda.

Invece ero rimasto completamente fuori da quel processo decisionale.

La sensazione fu devastante.

Ogni giorno che passava aggravava la situazione della società.

Senza acquisti diventava sempre più difficile mantenere livelli accettabili di fatturato.

E la decisione del giudice non arrivava.

L’attesa della decisione

Passò un mese.

Contattammo l’avvocato Senzacqua per sapere quanto ancora avremmo dovuto attendere.

La risposta fu:

“Normalmente non passano più di trenta giorni”.

Da quel momento ogni telefonata diventò un evento.

Ogni squillo del telefono faceva accelerare il battito cardiaco.

Ogni chiamata poteva contenere la risposta che aspettavamo da mesi.

Continuammo ad attendere.

Senza sapere che quella sarebbe stata soltanto la prima di una lunghissima serie di attese.