Una storia di consulenze tecniche, risarcimenti, danni patrimoniali e responsabilità accertate. Quando un tribunale riconosce che un’impresa è stata danneggiata, ma la quantificazione del danno diventa essa stessa una battaglia giudiziaria.
La sentenza che guardava al futuro
(Questo articolo riprende o approfondisce temi trattati nel libro “Io Non Mi Uccido“)
L’ultimo passaggio della sentenza non definitiva mi apparve subito inquietante.
Il giudice scriveva:
“tuttavia non ritiene il giudicante sia possibile procedere alla liquidazione in via equitativa del risarcimento ai soci fideiussori se non una volta inutilmente esperita CTU a verificare se sulla base della documentazione depositata sia possibile determinare l’entità del danno patrimoniale dai soci-fideiussore”.
Quelle parole sollevavano numerosi interrogativi.
Che cosa significava:
“inutilmente esperita CTU”?
Perché una consulenza tecnica avrebbe dovuto risultare inutile ancor prima di essere svolta?
E soprattutto:
perché si parlava di liquidazione equitativa se il danno appariva già ampiamente documentato?
Il problema del nesso causale
Un altro passaggio attirò immediatamente la mia attenzione.
Il giudice precisava che occorreva verificare:
“se sia possibile determinare l’entità del danno patrimoniale”
e soprattutto se quel danno fosse:
“causalmente riferibile direttamente alla sola condotta di Cassa di Risparmio di Fermo”.
Quel riferimento alla parola:
“sola”
mi colpì particolarmente.
Nella vita reale gli eventi raramente dipendono da una sola causa.
Molto spesso esistono concause.
Circostanze concomitanti.
Fattori che si sovrappongono.
Eppure sembrava che l’intera discussione dovesse concentrarsi sulla ricerca di una responsabilità esclusiva.
Una nuova consulenza tecnica
La causa che speravamo fosse finalmente conclusa venne nuovamente rimessa in istruttoria.
Il giudice dispose una nuova Consulenza Tecnica d’Ufficio.
L’incarico venne affidato al dottor Rossano Marini.
La consulenza sembrò seguire un percorso singolare.
Ancor prima di esaminare l’intera documentazione disponibile e le consulenze già prodotte dalle parti, il consulente comunicò al giudice di non essere in grado:
“sulla base della documentazione in atti, giungere alla determinazione esatta del danno causalmente generato dalla condotta di CaRiFermo”.
Una conclusione che lasciava aperta una domanda fondamentale.
Quali documenti mancavano?
Nella comunicazione non veniva indicato alcun elemento ulteriore necessario per effettuare quella valutazione.
I danni non patrimoniali
Vi era poi un altro aspetto.
Tutta la discussione sembrava concentrarsi esclusivamente sui danni patrimoniali.
I danni non patrimoniali non vennero approfonditi.
Non furono oggetto di una specifica analisi.
Non vennero realmente discussi.
Eppure rappresentavano una parte significativa della vicenda vissuta dai soci e dalle loro famiglie.
La consulenza del dottor Macchini
Alla fine il giudice prese in considerazione le valutazioni elaborate dal consulente tecnico di parte, il dottor Daniele Macchini.
La sentenza ne riportò ampi stralci.
Secondo tale ricostruzione il danno emergente comprendeva:
- il deprezzamento dell’attivo circolante;
- la perdita dell’avviamento commerciale;
- il danno subito dai soci per i mutui personali contratti a sostegno della società.
Venivano inoltre elaborate stime sul lucro cessante, cioè sui redditi che l’impresa avrebbe potuto ragionevolmente conseguire in futuro se la propria attività non fosse stata interrotta.
L’effetto domino riconosciuto dal Tribunale
Uno dei passaggi più significativi della sentenza riguarda il riconoscimento del cosiddetto effetto domino.
Il giudice scrive infatti:
“Va riaffermato che la prova del nesso di causalità fra la revoca del fido e dell’apertura di credito ad opera di Carifermo e il blocco dell’attività è costituita dal fatto pacifico, perché documentale ed incontestato, che CaRiFermo è stata il primo istituto bancario a revocare e che sulla base di quella segnalazione tutte le altre banche hanno proceduto analogamente, secondo quello che si è già definito effetto domino”.
Una conclusione particolarmente importante.
Il Tribunale riconosceva infatti che il blocco dell’attività aziendale era direttamente collegato alla condotta della banca.
Il valore dell’azienda perduta
La sentenza proseguiva affermando:
“Il nesso di consequenzialità immediata e diretta fra la condotta illegittima di CaRiFermo ed il danno, richiesto dall’art. 1223 cc, deve ritenersi sussistente con riferimento non soltanto alla perdita del finanziamento, ma alla definitiva cessazione dell’attività a ciò imputabile, e dunque con riferimento al valore intrinseco dell’azienda ed a tutte le voci di danno emergente e lucro cessante ad essa relative, certe ma impossibili da quantificare esattamente”.
Questa frase rappresenta probabilmente il cuore dell’intera decisione.
Il danno viene riconosciuto.
La sua origine viene individuata.
Ma la sua quantificazione viene considerata impossibile da determinare con esattezza.
Il risarcimento ai soci
Per quanto riguarda i soci fideiussori, il giudice riconobbe l’esistenza di un danno diretto.
Nella sentenza si legge:
“Quanto al danno diretto subito dai soci-garanti, attuali opponenti, è certo che comprenda gli interessi passivi previsti dai contratti di mutuo in atti, ossia € 143.851,20, ma è altrettanto certo che gli interessi passivi non esauriscano il danno subito, da liquidarsi quindi in via equitativa in € 250.000,00 per ciascun socio”.
Una decisione che riconosceva formalmente il danno ma che, a nostro avviso, restava molto distante dalle conseguenze economiche effettivamente subite.

Il costo della giustizia
Alla conclusione del procedimento il giudice liquidò all’avvocato Debora Senzacqua oltre 40.000 euro di compensi professionali.
Una decisione perfettamente conforme ai parametri previsti dalla normativa.
Ma che mi portò a riflettere sul costo complessivo dell’accesso alla giustizia.
Le spese legali rappresentano spesso una barriera enorme.
Chi dispone di risorse economiche può scegliere professionisti altamente specializzati.
Può sostenere lunghe battaglie giudiziarie.
Può affrontare costi elevati senza compromettere la propria sopravvivenza.
Chi invece si trova già in difficoltà economica è spesso costretto a fare scelte molto diverse.
La vera lezione
Negli anni successivi maturai una convinzione.
Non riguarda la banca.
Non riguarda gli avvocati.
Non riguarda nemmeno quel singolo processo.
Riguarda il sistema.
Alla fine di questa storia, se avrete avuto la pazienza di seguirne tutti i passaggi, probabilmente comprenderete anche voi una cosa.
In Italia entrare in un tribunale può essere una delle esperienze più costose e logoranti che una persona possa affrontare.
Anche quando ritiene di avere dalla propria parte la più limpida e documentata delle ragioni.
Eppure, a quel punto della vicenda, io non avevo ancora raggiunto questa consapevolezza.
Il peggio, ancora una volta, doveva arrivare.
