Inchieste Giornalistiche

Un osservatorio indipendente che indaga temi complessi e poteri nascosti per promuovere consapevolezza e riflessione critica

Una storia di crisi economica, tassi d’interesse, banche, strumenti finanziari complessi, commercio e difficoltà delle piccole imprese italiane. Quando il calo dei consumi, il credito bancario e scelte finanziarie sbagliate possono trasformare un sogno imprenditoriale in una corsa contro il tempo.

La crisi economica e il crollo dei consumi

(Questo articolo riprende o approfondisce temi trattati nel libro “Io Non Mi Uccido“)

L’incremento improvviso dei tassi d’interesse, l’aumento dei costi e l’incertezza del futuro provocarono inevitabilmente una contrazione dei consumi.

I riflessi più evidenti sulla “Sport & Street” furono quelli di una riduzione degli incassi che nel 2009 fu dell’8%, nel 2010 un ulteriore 8% e nel 2011 registrammo un vero tonfo con un meno 19%.

Una diminuzione in tre anni del 35%, pari a 600.000 euro di incassi in meno con l’aggiunta di un contemporaneo aumento degli oneri bancari che schizzarono alle stelle.

Tassi variabili, leasing e aumento dei costi bancari

I nostri finanziamenti, compreso il leasing immobiliare, avevano infatti come condizione il tasso variabile.

In particolare la rata del leasing divenne insostenibile per cui chiedemmo alla banca se esisteva un modo per poter in qualche modo bloccare la sua crescita.

Ci venne consigliato di sottoscrivere una swap (INTEREST RATE SWAP).

Non sapevamo bene di cosa si trattasse ma la paura di non riuscire più a pagare il leasing ci terrorizzava.

In pratica la banca si impegnava, per i successivi tre anni, a pagare gli interessi ulteriori nel caso di superamento del tasso indicato nel contratto intascando la differenza nel caso di un suo abbassamento.

Scoprimmo poi con il tempo che un esperto finanziario non poteva non sapere che il tasso indicato nel contratto non sarebbe mai stato superato. Come infatti avvenne.

Morale della storia, l’aiuto chiesto alla banca comportò per questi tre anni un ulteriore esborso complessivo di 74.000 euro.

Interest Rate Swap e strumenti finanziari complessi

Come poi accertato anche dalla Corte di Cassazione questo strumento ha un carattere preminentemente speculativo e non certo di copertura di un rischio.

In particolare si è ritenuto da più parti che:

“lo SWAP debba ritenersi nullo, per difetto genetico della causa, quando l’intermediario, nel configurare il contenuto del negozio, faccia in modo di assicurarsi, fin dal principio, un risultato a lui favorevole, eliminando, così, quella bilateralità dell’alea che dovrebbe caratterizzare, sotto il profilo strutturale, l’intera operazione finanziaria”.

Ma come vedremo in seguito il sistema stava scricchiolando e anche gli operatori tentarono di salvare loro stessi con mezzi anche poco legali, tanto che poi sia Banca Marche che Medioleasing chiusero i battenti.

La paura di fallire e l’ansia dell’imprenditore

Non avevamo l’esperienza giusta, né tantomeno le informazioni necessarie, per affrontare la situazione.

Ricordo la frase di un vecchio commerciante, con cui discutevo in quel periodo, che mi ripeteva:

“quando uno sta per affogare la cosa più saggia da fare è quella di stare fermi”.

Invece in noi cresceva l’“ansia del fare” per non affogare.

Un’ansia incontrollabile non solo per le sorti dell’economia generale e della nostra attività in particolare ma anche e soprattutto per la sorte dei nostri dipendenti.

Aprire un nuovo punto vendita durante la crisi

Un altro rischio che si corre quando si ha una attività è quello di instaurare rapporti di “amicizia” con i propri dipendenti.

Fu così che pensammo di mantenere i livelli di occupazione aprendo un altro punto vendita per riportare gli incassi ad un livello tale da consentire il mantenimento dei posti di lavoro.

Tanto più che i nostri governanti ci avevano rassicurato con la famosa:

“luce in fondo al tunnel”

che ci spingeva a “tenere duro”.

Come cambiare strategia commerciale durante una crisi economica

Ci serviva una consulenza tecnica specifica e per questo ci recammo presso il più quotato studio di commercialisti della zona.

I suggerimenti furono quelli di:

  • dividere l’attività commerciale dalla gestione del leasing immobiliare;
  • modificare la tipologia degli articoli venduti;
  • aumentare il mark up commerciale;
  • spostarsi verso prodotti più “fashion”.

Una “cosa” acquistata a 50 euro veniva infatti venduta a 100 euro e questo non consentiva un margine tale da sopportare tutti i costi.

Occorreva modificare profondamente il modello di business.

Vendite sottocosto, bilanci e perdite aziendali

Iniziammo quindi tutta una serie di vendite promozionali per eliminare quei marchi e quei prodotti che non rientravano più nella strategia adottata.

Vendite anche sottocosto.

Fino allo smaltimento della restante parte del magazzino.

Questa operazione che a nostro avviso rientrava nella libera iniziativa economica, in realtà aveva un effetto sui bilanci.

Vendere sottocosto determina infatti una perdita che, per la legge italiana, deve essere coperta dai soci con un apporto finanziario.

Imprenditori, capitale personale e rischio economico

Tra il 2012 e il 2014 gli apporti in denaro nella società arriveranno a 410.000 euro.

Somme provenienti:

  • dai risparmi personali;
  • da finanziamenti personali;
  • da mutui ipotecari.

Con l’obiettivo di sostenere il piano industriale e preservare il lavoro costruito negli anni.

Partita IVA e fallimento: il rischio nascosto dell’impresa

Anche sotto questo aspetto si differenzia un lavoro subordinato da quello autonomo.

Nel caso di una crisi aziendale nel primo caso l’unico rischio che si corre — sempre grave — è quello di essere licenziati.

Nel caso della partita IVA il rischio sembra lo stesso.

Ma con una differenza enorme:

  • perdita dei risparmi;
  • perdita del capitale investito;
  • debiti personali;
  • perdita del lavoro;
  • deterioramento dei rapporti familiari.

Nelle piccole attività economiche, nel caso di fallimento aziendale, i soci si possono trovare improvvisamente senza lavoro, senza alcun tipo di ammortizzatore, senza risparmi e spesso con un peso economico ancora maggiore sulle spalle.

Un mix esplosivo che può portare alla disperazione.

Ridurre il debito bancario per salvare l’impresa

Il 20 agosto 2014 l’assemblea dei soci approvò il bilancio di esercizio 2013 con una perdita pari a 351.537 euro.

Le perdite furono coperte.

Non solo.

Incominciammo anche a ridurre progressivamente l’indebitamento bancario.

L’obiettivo era semplice:

maggiori ricavi. Minori costi. Meno esposizione finanziaria.

Pensavamo che bastasse.

Non avevamo ancora capito che la parte più difficile doveva ancora arrivare.