Ogni anno in Italia circa quattromila persone si tolgono la vita.
È il numero ufficiale riportato dalle statistiche dell’Istat e rappresenta uno dei dati più citati quando si affronta il tema del suicidio nel nostro Paese.
Ma una domanda continua a rimanere aperta.
Quel numero descrive davvero l’intero fenomeno?
Oppure rappresenta soltanto la parte che riusciamo a vedere?
Una morte difficile da classificare
Il suicidio possiede una caratteristica che lo rende diverso da quasi tutte le altre cause di morte.
Per essere classificato come tale non basta che una persona muoia.
Bisogna dimostrare che quella morte sia stata volontaria.
È un requisito apparentemente semplice ma, nella pratica, estremamente complesso.
Molte morti avvengono infatti in condizioni ambigue.
Un’auto che esce improvvisamente di strada.
Una caduta da un edificio senza testimoni.
Un annegamento.
Un avvelenamento.
Un incidente ferroviario.
Un’overdose.
In assenza di prove certe, questi casi possono essere classificati come incidenti, eventi accidentali o morti di intenzionalità indeterminata.
Ed è proprio in questa zona grigia che si concentra il problema della sottostima.
L’Istat e il problema dell’accertamento
Lo stesso Istat riconosce che l’identificazione delle cause associate ai suicidi presenta limiti oggettivi.
Nella nota informativa pubblicata nel 2017 sulle malattie fisiche e mentali associate al suicidio, l’Istituto osserva che le informazioni riportate nei certificati di morte possono risultare incomplete perché il medico deve compilare la documentazione entro ventiquattro ore dall’accertamento del decesso, sulla base delle informazioni disponibili in quel momento. Inoltre viene riconosciuta la possibilità di una sottostima delle patologie associate ai suicidi.
Lo studio mostra inoltre che nell’81% dei suicidi registrati nel triennio 2011-2013 non compare alcuna malattia fisica o mentale rilevante.
Questo dato non dimostra che le cause siano economiche o sociali.
Dimostra però che, nella grande maggioranza dei casi, le statistiche ufficiali non sono in grado di spiegare quali condizioni abbiano preceduto il gesto.
Il confronto internazionale
Le difficoltà di classificazione non sono un problema esclusivamente italiano.
Tutta la letteratura scientifica internazionale riconosce che una quota dei suicidi può essere registrata sotto altre categorie di morte.
Tuttavia i diversi Paesi affrontano il problema in modo differente.
In alcuni sistemi, come quello statunitense o quello dei Paesi del Nord Europa, l’accertamento medico-legale è generalmente più approfondito, il ricorso ad autopsie e indagini necroscopiche è più frequente e le morti dubbie vengono investigate con maggiore intensità.
In altri sistemi prevale invece un approccio più prudente, che tende ad evitare la classificazione come suicidio in assenza di elementi certi.
L’Italia appartiene tradizionalmente a questo secondo gruppo.
Un’anomalia statistica
Osservando i dati internazionali emerge un elemento curioso.
L’Italia registra stabilmente uno dei tassi di suicidio più bassi tra i Paesi sviluppati.
Circa sei-sette suicidi ogni centomila abitanti.
Valori nettamente inferiori rispetto a quelli osservati in gran parte dell’Europa occidentale e settentrionale.
Naturalmente una parte della differenza può dipendere da fattori culturali, religiosi, familiari e sociali.
Esiste inoltre un paradosso raramente affrontato. Gli stessi fattori culturali, religiosi e familiari che potrebbero contribuire a ridurre il numero dei suicidi potrebbero anche favorirne una minore emersione statistica. Dove il suicidio continua ad essere percepito come una colpa, una vergogna o uno stigma per la famiglia, può risultare più difficile riconoscerlo apertamente. In questo caso, la differenza tra l’Italia e altri Paesi non dipenderebbe soltanto da un minor numero di suicidi, ma anche da una minore propensione ad attribuire alcune morti a un gesto volontario
Ma è difficile stabilire quanta parte sia reale e quanta dipenda invece da differenti modalità di accertamento.
La domanda è inevitabile.
Gli italiani si suicidano davvero molto meno degli altri popoli occidentali?
Oppure una parte del fenomeno viene classificata diversamente?
Il peso delle morti indeterminate
Il problema diventa ancora più interessante se si osservano le categorie statistiche che raccolgono le morti di intenzionalità non accertata.
Cadute.
Annegamenti.
Avvelenamenti.
Traumi.
Eventi classificati come accidentali o indeterminati.
Nessuno sostiene che tutte queste morti siano suicidi.
Sarebbe un’affermazione priva di fondamento.
Ma è altrettanto difficile sostenere che nessuna di esse lo sia.
Ed è proprio qui che si apre il tema della sottostima.
Perché ogni errore di classificazione avviene quasi sempre in una sola direzione: un suicidio può essere registrato come incidente, ma un incidente difficilmente viene registrato come suicidio senza prove adeguate.
Quattromila o molti di più?
I dati ufficiali parlano di circa quattromila suicidi l’anno.
Nessuno può affermare con certezza quale sia il numero reale.
Le stime di sottostima elaborate in diversi studi internazionali oscillano generalmente tra il 10% e il 30%, ma in presenza di sistemi di rilevazione molto differenti i margini possono aumentare sensibilmente.
Per questo motivo alcuni ricercatori e osservatori ritengono che il fenomeno reale possa essere significativamente più ampio di quanto emerga dalle statistiche ufficiali.
Arrivare a ipotizzare diecimila suicidi annui significa entrare nel terreno delle ricostruzioni teoriche e non delle certezze statistiche.
Tuttavia l’ipotesi nasce da una constatazione semplice.
Se il suicidio è una delle cause di morte più difficili da accertare, se esistono categorie di morte indeterminata, se i sistemi di classificazione differiscono notevolmente da Paese a Paese e se l’Italia presenta valori insolitamente bassi nel confronto internazionale, allora il dato ufficiale potrebbe non rappresentare il numero reale dei suicidi ma soltanto il numero dei suicidi accertati.

Le cause che non compaiono nelle statistiche
Lo studio dell’Istat evidenzia che nell’81% dei suicidi non risultano riportate nei certificati di morte malattie fisiche o mentali rilevanti.
Questo dato non autorizza a concludere che tali persone fossero prive di problemi di salute o di disagio psicologico. Lo stesso Istat avverte infatti che la presenza di patologie potrebbe essere sottostimata a causa dei limiti informativi esistenti al momento della certificazione.
Tuttavia il dato pone una questione inevitabile.
Quali fattori hanno contribuito al gesto estremo in tutti gli altri casi?
Dal 2010 non esiste più una rilevazione sistematica delle motivazioni associate ai suicidi. Sono quindi scomparse dalle statistiche ufficiali informazioni che, pur con tutti i limiti metodologici, consentivano almeno di intravedere il contesto nel quale maturava la decisione di togliersi la vita.
Eppure la letteratura sociologica e criminologica continua a individuare una pluralità di fattori di rischio: perdita del lavoro, fallimenti imprenditoriali, sovraindebitamento, esclusione sociale, solitudine, separazioni, conflitti familiari, lutti, dipendenze, emarginazione e impoverimento.
Si tratta di elementi che raramente trovano spazio nei certificati di morte ma che possono incidere profondamente sulla vita delle persone.
Più di un secolo fa Émile Durkheim osservava che il suicidio non può essere spiegato soltanto attraverso fattori individuali o clinici. Il livello di integrazione sociale, la solidità dei legami comunitari e la stabilità economica rappresentano anch’essi variabili fondamentali.
Oggi, paradossalmente, disponiamo di statistiche sempre più accurate sul numero dei suicidi ma molto meno capaci di descrivere le condizioni sociali che li precedono.
Per questo motivo una parte significativa del fenomeno rischia di rimanere invisibile: non perché i decessi non vengano registrati, ma perché scompaiono le informazioni necessarie a comprenderne le cause profonde.
Quando la società civile ha iniziato a contare i suicidi
La sensazione che il fenomeno fosse più ampio di quanto emergesse dalle statistiche ufficiali non è rimasta confinata agli studiosi.
Negli anni successivi alla crisi economica del 2008 nacquero in Italia associazioni, movimenti e iniziative spontanee che si proposero di monitorare e documentare i casi di suicidio collegati a difficoltà economiche, indebitamento, perdita del lavoro o fallimento dell’attività imprenditoriale.
Tra le iniziative più note vi fu quella dei “Liberi Imprenditori Federalisti Europei”, che sul proprio sito avviarono una raccolta dei casi di imprenditori morti suicidi o ritenuti vittime delle condizioni economiche e fiscali del Paese.
Con finalità analoghe nacque anche la pagina Facebook “La collina di Spoon River. Sfruttati dallo Stato, ammazzati dai burocrati”, che si proponeva di raccogliere e ricordare le persone considerate vittime di una crisi economica e sociale percepita come insostenibile.
Nello stesso periodo prese vita anche il Comitato “Io non mi uccido”, che attraverso il sito iononmiuccido.it ha effettuato per anni un monitoraggio indipendente delle notizie di suicidio pubblicate dalla stampa italiana. L’iniziativa, nata per sensibilizzare l’opinione pubblica sul fenomeno e sulle sue possibili cause economiche e sociali, si è successivamente evoluta nell’ente del Terzo Settore “#iononmiuccido ETS”.
Naturalmente queste iniziative non possono sostituire le statistiche ufficiali né rappresentano una prova della reale entità del fenomeno. Tuttavia testimoniano l’esistenza di un diffuso disagio e di una convinzione condivisa da una parte della società civile: che il suicidio, soprattutto quando legato a difficoltà economiche e sociali, sia stato per lungo tempo sottovalutato, scarsamente raccontato e spesso relegato ai margini del dibattito pubblico.
Più che fornire risposte definitive, queste esperienze hanno contribuito a mantenere aperta una domanda che ancora oggi attende una risposta convincente: il numero dei suicidi che conosciamo coincide davvero con quello dei suicidi che avvengono?
La domanda che resta
Forse il vero problema non è stabilire se i suicidi siano quattromila, cinquemila o diecimila.
Il problema è che non lo sappiamo.
E finché continueremo a considerare il dato ufficiale come una misura perfetta del fenomeno, rischieremo di ignorare una parte delle morti che potrebbero nascondersi nelle statistiche sotto altri nomi.
Perché ogni suicidio non riconosciuto scompare due volte.
La prima dalla vita.
La seconda dai numeri.

